Jack La Bolina, Arcipelago Toscano – Montecristo, il tesoro


Montecristo - Rocce - Foto tratta da “L’Arcipelago Toscano”, Istituto Italiano d’Arti Grafice Editore, 1914
Montecristo – Rocce – Foto tratta da “L’Arcipelago Toscano”, Istituto Italiano d’Arti Grafice Editore, 1914

 […]  Il possesso della rupe depopulata ed inselvatichita se lo andarono allora disputando gli Appiani di Piombino ai quali succedettero i Buoncompagni Ludovisi, l’ordine Camaldolese, e, per sua procura, la Badia di Santa Maria degli Angeli in Firenze, nonché la diocesi di Mariana in Corsica.  Codesta elegante questioni legale non giovò alla prosperità dell’isola; ma la presenza di tanti cani intorno al medesimo osso spolpato si spiega se pongasi mente che gli generò attorno la comune credenza che un vistoso tesoro ne costituisse il midollo.

L’episodio sul quale la favola bellissima del romanzo di Alessandro Dumas si svolge, ha base fondamentale dagli archivi ; il che non è ultimo argomento per coloro che attribuiscono la tela del Conte di Montecristo piuttosto a Pier Angelo Fiorentino italiano, che al fecondo Alessandro Dumas francese.

Che l’antica e ricchissima badìa dell’isola avesse un tempo posseduto ori, argenti, gemme e monete coniate, può darsi ; ma quando gli eremiti chiedevano l’elemosina di un po’ di grano agli anziani di Piombino, o quel tesoro era già stato trasportato sul continente, oppure qualche ugna di pirata, ugna cristiana o musulmana, gli si era distesa sopra.

Ciò nondimeno Cosimo I, uomo informatissimo d’ogni caso del suo tempo, credeva all’esistenza del tesoro di Montecristo. Lo prova la lettera scritta da lui il 3 luglio 1549 a Simone Rosselmini:

« Haviamo ricevuto la vostra de ’28, e il ragguaglio che per essa ci avete mandato del viaggio, che avete fatto con le galee a Sardegna, c’è stato graditissimo. Quanto al tesoro di Montecristo ; poiché Dragut è venuto, conviene attendere ad altro, e però differite a andare là a miglior tempo, et intanto mandate la copia di quella scrittura, se la poteste avere ».

Di esso poi fecero ricerca, e fu vana, Alessandro Appiani e la costui vedova Isabella. Il solerte Angelelli riferisce che in un certo taccuino di appunti, tenuto da un monaco di San Michele in Borgo a Pisa, si legge:

« Circa al 17 nel mese d’aprile si partirono dalla Corsica circa a quindici in una gondola per aver trovato un di loro un libro quale significava che sotto l’altare (il solo che vi fosse) vi era un tesoro d’inestimabil valore dove (a Montecristo) arrivando sani e salvi per opera di alcuni franzesi doppo il lavoro di quindici giorni e quindici notti, trovarono alcuni pignatti e vasi pieni di cenere e furono necessati di tralasciare l’opera apparendoli alcune figure di zanni ».

Non è strana la coincidenza tra questo documento serbato nell’archivio di stato di Pisa e il taccuino che 1’abate Faria consegna nella carcere del castello d’If a Edmondo Dantès ? D’altra parte a mantenere intatta la credenza delle ricchezze contenute nell’isola contribuiva eziandio la sosta che talora vi facevano i pirati. […] 

 

 

( Jack La Bolina – brano tratto da “L’Arcipelago Toscano”, Istituto Italiano d’Arti Grafice Editore, 1914 )

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