F. Bargagli-Petrucci, Val d’Orcia Senese -1


La Valle d'Orcia vista da Rocca d'Orcia - Fotografia tratta da “Pienza, Montalcino e la Val d’Orcia Senese” – Istituto Italiano d’Arti Grafiche, 1911
La Valle d’Orcia vista da Rocca d’Orcia – Fotografia tratta da “Pienza, Montalcino e la Val d’Orcia Senese” – Istituto Italiano d’Arti Grafiche, 1911

Vadus Ursus fu il nome col quale l’imperatore Ludovico Pio indicò il fiume Orcia in un privilegio concesso al monastero di S. Antimo, presso Montalcino.  Vado e non fiume. L’ Orcia vadosa, che certi spremitori di etimologie ritengono battezzata da alcuno della famiglia romana Urcia, dà il nome ad un antichissimo golfo marino, che si ritirò poi rapidamente e violentemente, lasciando a secco una valle profonda, arida, argillosa, cosparsa di conchiglie come il fondo stesso del mare.

Questa valle è angusta al cospetto della geografia universale ; è povera nei riguardi agrari e industriali ; è squallida, grigia, ignorata, spopolata e non varrebbe la pena di parlarne se appunto fosse giustamente ignorata e dimenticata.

Ma, invece, questa valletta che, nel bel mezzo della Toscana e dell’Italia, è considerata quasi il deserto dell’Italia, ha il diritto di esser meglio conosciuta e più frequentemente visitata in ogni sua parte.

Intanto debbo nominare luoghi romiti e terre ignote per dire dove si trova questo lembo di ricco deserto.

A mezzogiorno di Siena si svolge, serpeggiante talora e diritta tal’altra, l’antica  via francigena o romea che costituiva, un tempo, l’arteria principale della viabilità fra l’Alta Italia e Roma. Questa strada, battuta probabilmente nel tracciato di un’antica via militare romana, traversato il fiume Ombrone presso Buonconvento, saliva a Torrenieri e superate le colline legate in catena che formano il crinale spartiacque di due vallate, traversati il fiumicello Asso, tributario dell’Orcia, e il Tuoma, scendeva finalmente nella valle dell’Orcia e, tenendosi sulla riva sinistra, a monte, ne risaliva quasi tutto il breve corso per superare la rupe ardita di Radicofani, ridiscendere al Paglia e continuare per Viterbo e per Roma.

Il tracciato della via provinciale moderna è, press’a poco, quello della via francigena medievale e se noi lo percorreremo, come oggi vien percorso dai più, nella corsa precipitosa, fumosa e rumorosa di una potente automobile, quando avremo traversata a Torrenieri l’unica ferrovia della regione che è quella che da Asciano per la valle inferiore dell’Orcia e dell’Ombrone conduce al capoluogo della maremma senese, a Grosseto, ci sentiremo stringere il cuore e una specie di sgomento e di paura ci invaderà.

Il grigio azzurrognolo della terra, arsa e crepata, ammatassata e viscida come un aggrovigliolamento di rettili ; le rare coltivazioni di collina stente e paralitiche, quelle dei pianori, ristrette e modeste come i pianori che le contengono, banditelle di cerri sparse qua e là, case coloniche una dall’altra lontanissime, castelli aggrappati, appollaiati o sospesi in cima a colline o su erte rupi !

Un silenzio di morte, una melanconia irresistibile, una voglia di fuggire, fuggire verso quella ròcca paurosa di Radicofani che da lontano non si capisce se è fatta dai Titani o dagli uomini, se è rupe o muraglia, o se una muraglia continua, innalzandosi, le asperità verticali della rupe immane.

Di là da quella rócca di Radicofani che chiude la valle in faccia a noi, di là si riapre al sorriso la Natura verdeggiante, tornano le olivete e le vigne, lo specchio lucente di Bolsena, le boscaglie e i paesi fiorenti. Dietro a noi, lontanissima e come distesa sul verde pendio del Chianti e della Montagnola, ci appare la macchia rossastra di Siena che abbiamo lasciata e, negli intervalli che la polvere sollevata dalla macchina sulla via ci consentirà, vedremo ancora, sottile e snella, drizzare il collo la torre del Mangia. Essa guarda sogghignando verso di noi che corriamo nel paese della solitudine, fra i sodi biancheggianti di fossili, lungo un fiume che spaglia, che inonda, che ruba terra ai villani, che distrugge, che uccide.

È il paese della guerra, è un grande campo di battaglia, questo. Tutto è minaccioso ; e il biancheggiar della creta non è forse di ossa umane rimaste insepolte e stritolate dai secoli ?

Chi traversa questa valle su di una potente automobile e ne vede la tristezza e la desolazione attraverso gli occhiali polverosi, sempre memore delle procaci verzure del Chianti e delle colline senesi, bramoso di Roma, non può non sentire in tal modo la Val d’Orcia sotto la pelliccia bestiale che difende il suo cuore.

L’automobilista non vede che la via dinnanzi a sé, non consulta altro che la guida del Touring, non paventa altro che le voltate e le salite ; non ha tempo di scrutare le viscere di quei castelli occhiuti che lo guardano dall’alto. Un nuvolo di polvere densa chiude dietro a lui l’orizzonte nè può il suo sguardo sollevarsi alle altezze delle montagne senza che incomba su la macchina il rischio di precipitare in un burrone.

La Val d’Orcia non si deve percorrere in automobile, ma con l’antico sistema delle cavalcature, se si vuole coglierne completa l’anima stupenda. L’anima di questa regione non si penetra neppure battendo le vie maestre e calzando scarpe di coppale, ma inforcando un destriero o un ronzino o un somaro, soli o in comitiva, guadando torrenti, salendo erte, scendendo precipizi alpestri, bivaccando alla meglio, dimenticando la vita cittadina, le vie, le carrozze, i comodi alberghi, fermandosi in ogni castello, visitando ogni casa e ogni torre. Solo così, ritornando uomini dell’antichità, si può sentire e capire questo paese di guerre perpetue, pieno di fortificazioni e di ricordi bellicosi, questa vallata piena di poesia schietta e di storia viva tutt’ora nell’integrità delle sue torri e nella bellezza delle sue opere d’arte. […]

(F. Bargagli-Petrucci, brano tratto da “Pienza, Montalcino e la Val d’Orcia Senese” – Istituto Italiano d’Arti Grafiche, 1911 )

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  1. marzia scrive:

    Che bella la prosa di un tempo…

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