Nello Puccioni, La Vallombrosa


Vallombrosa - Veduta del convento (dalla stampa del Cioci, 1750) - immagine tratta da “La Vallombrosa e la Val di Sieve inferiore”, 1916 – Istituto Italiano d’Arti Grafiche
Vallombrosa – Veduta del convento (dalla stampa del Cioci, 1750) – immagine tratta da “La Vallombrosa e la Val di Sieve inferiore”, 1916 – Istituto Italiano d’Arti Grafiche

Quel contrafforte montuoso che si stacca alla Falterona dall’Appennino Mugellese, prolungandosi fino alla Valle dell’Arno, raggiunge la sua massima altezza nel giogo della Secchietta in Pratomagno, le cui verdi cime, coperte di pascoli, coronano la folta foresta di abeti che racchiude e circonda Vallombrosa.

La celebrità, che oggigiorno ha raggiunta la stazione climatica, non è superiore davvero a quella che, nei tempi trascorsi, aveva il monastero vallombrosano, poiché, se lo scetticismo moderno cerca tra gli abeti secolari di quelle foreste soltanto l’aria salubre che possa infondere nuovo vigore al corpo, una sincera e schietta pietà spingeva i nostri padri ad implorarvi, con reverente pellegrinaggio, la salute dell’anima.

Il principale ed antico caseggiato del convento, posto nella parte del monte che veramente ebbe nome di Vallombrosa, giace a notevole distanza dalla vetta di Pratomagno, assai riparato dai venti, come in una insenatura.

Soltanto all’inizio dell’undecimo secolo ebbe tal luogo il nome che conserva tuttora; era prima una grande estensione di inaccessibili selve, ricovero soltanto di malandrini e di fiere.  Fu appunto in tali orrende condizioni che lo trovarono i primi seguaci del fondatore dell’ordine vallombrosano.

Narra la religiosa tradizione che il nobile Giovanni Gualberto, avendo avuto proditoriamente ucciso il fratello da un parente traditore, avesse giurato di vendicarsi dell’assassino trucidandolo.

Ora accadde che, cercato a lungo inutilmente il fellone (che, consapevole dell’animo che il fratello della sua vittima aveva verso di lui, si studiava in ogni maniera di cansarlo), mentre Giovanni si recava in Firenze il Venerdì Santo del 1003 in sull’ora di terza, poco sotto il monastero benedettino di S. Miniato al Monte, per una stradicciuola incassata fra mura, gli si parò dinanzi l’odiato nemico. Angusta era la via, impossibile cercar lo scampo nella fuga, sicura la tremenda ira di Giovanni, onde l’assassino, sgomento, in umile sembiante, fatta delle braccia croce sul petto, tremando implorava per l’amor di Dio dal cavaliere, grazia della vita.

Sia che l’umile atto di preghiera commovesse il giovane, o, come vuole un religioso storico, sia che Giovanni non osasse offendere col colpo della sua spada il segno della croce, si arrestò il braccio già pronto a ferire e caduta l’ira dal petto del cavaliere, con generoso perdono accolse nelle braccia il nemico, dandogli piena fidanza che dimenticava l’oltraggio ricevuto, desistendo da ogni desiderio di vendetta.

Retrocesse allora Giovanni e, recatosi nella basilica di S. Miniato, per ringraziare Dio di tal vittoria ottenuta sopra di sé, molto si trattenne in orazione dinanzi ad un antico crocifisso finché questo, per dimostrare al giovane la sua approvazione dell’atto testé compiuto, inclinò verso di lui miracolosamente la testa, staccandola dalla croce di legno. Cotal prodigio fu l’inizio della vita religiosa del giovane che, fattosi monaco benedettino, pieno di santo zelo incominciò a combattere fieramente la simonia e l’eresia nicolaitica, allora imperanti nella chiesa. E di tanto ardore fu acceso che, avendo accusato il Vescovo di Firenze di simonia, fu costretto ad abbandonare la città, per consiglio dell’abate Theuzzone il quale, secondo il De Franchi storico di S. Giovanni, gli predisse che avrebbe indirizzati i suoi passi

« verso una valle adombrata di foltissime piante, dove terminati i dubbiosi viaggi, sotto un’horrida e sonante balza haverebbe trovato la Buona Acqua alla sete del suo spirito: e ‘I nido del suo riposo ».

In tal guisa l’esortazione profetica del venerando abate voleva significare a Giovanni che mèta del suo pellegrinare sarebbe stata la valle di Acquabella, che divenne poi in seguito la sede del monastero di Vallombrosa.

Acquabella fu dunque il primitivo nome del romitorio che, non solo la profezia dell’abate, ma anche la rivelazione divina aveva additato a Giovanni orante,

« Vide, dice ancora il De Franchi, l’ombrosa valle delineata nel proprio sito, con le dense boscaglie di cerri e di faggi e di oscuri abeti; vide il fiume Vicano lì a punto ove comincia a diventar torrente; vide il promontorio della Macinaia che con due alti colli l’uno da settentrione, l’altro da austro forma quella valle, volgendola verso occidente; vide in essa sortir fonti e scorrer rivoli con sì ben regolata discrezione che né l’aria, né la terra vi restavano per la troppa umidità o freddezza distemperate. Notò finalmente il vasto e altissimo sasso spezzato e pieno di caverne che dal lato settentrionale le sta a ridosso, e dopo questa, altre singolarità di quel luogo ove Dio aveva destinato fermarlo ».

Non cosi lieta di vegetazione o dolce di aspetto certamente deve essere apparsa la valle al giovane monaco nel suo primo giungervi, poiché, come ho già detto, vi aveano ricetto, in quel tempo, bande di malfattori.

Ne tuttavia così oscura essa era e tenebrosa che non avesse attirato 1′ attenzione di altre anime desiderose di solitudine, avendovi già posto il loro eremitaggio Guntelmo e Paolo, frati del monastero di Settimo, che furono poi tra i primi discepoli del nuovo ordine monastico.

La prima sosta che Giovan Gualberto fece in Acquabella fu ai piedi di una cristallina e gelida fonte, facendovi orazione di ringraziamento per « consacrar l’ingresso in quell’eremo » : quivi restò alquanti giorni in penitenza, finché non l’abbandonò perché troppo prossima alla strada che era di continuo transito.

Di tal fonte, la quale ancora si conserva, si giovò poi spesso il santo come strumento di penitenza e di mortificazione, « usando immergervi i piedi anche nel cuore d’inverno durante la recita del Salterio davidico ».

Per oltre cinquecento anni fu conservata intatta con gli stessi tufi e muscosità che a tempo del santo vi furono: soltanto nel 1629 l’abate Averardo Niccolini vi fece erigere la cappella attuale, per segno di maggior devozione.

Abbandonata la fonte, salì Giovanni Gualberto nel più folto della valle verso oriente, « superati così gli impedimenti della sassosa e imprunata via, come il timore degli urli delle fiere e dei fischi dei serpenti che in più di un luogo di quella valle si ricoveravano », e sostò alle « radici del cavernoso masso appresso il risonante fossato ».

Fu in tal luogo che si fermò il benedettino desideroso di pio eremitaggio e dove decise di abitare coi frati che si erano ritirati in Acquabella dal monastero di Settimo. Vissero dunque insieme in celle distinte, non molto distanti l’ una dall’ altra, lungo il torrente, alla base della roccia.

Nel luogo ove sorse la capanna di Giovanni era un faggio che, secondo la tradizione, fu sempre il primo a germogliare in primavera e l’ultimo a perdere le foglie nell’autunno. Ai piedi di questa pianta si trattenne per sette anni il pio eremita, dal giorno del suo arrivo in Acquabella: fu conservata come reliquia sacra e nel 1640, all’epoca nella quale il De Franchi componeva la vita del santo, il faggio era ancor vivo, sostenuto in quegli anni da nuovo argine.

Seccatosi col volger dei secoli, fu sempre rinnovato coi propri germogli: così l’attuale faggio è il terzo sorto dalle radici del primitivo.

Tale fu l’umile origine della nuova regola religiosa, i cui eremiti vivevano in povere capanne di legno chiuse da una sola palizzata. […]

Fu però soltanto nel 1015 che il luogo fu indicato col nome di Vallombrosa.  […]

Così fu che il giovane cavaliere Giovanni Gualberto cambiò la sua comoda vita di signorotto nell’austera povertà dell’eremo fra penitenze e preghiere. […]

( Nello Puccioni, brano tratto da “La Vallombrosa e la Val di Sieve inferiore”, 1916 – Istituto Italiano d’Arti Grafiche )

3 Comments Add yours

  1. Patrizia M. scrive:

    Bellissimo pezzo, è molto interessante. Grazie!
    Ciao, buona serata. Pat

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    1. Carlo Rossi scrive:

      Ti ringrazio e buona serata anche a te.

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  2. fulvialuna1 scrive:

    Molto interessante questa storia.

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