Eugenio Müntz, Empoli


Empoli - La piazza - La Collegiata - Immagine tratta da  “Firenze e la Toscana” di Eugenio Müntz, Fratelli Treves Editori, 1899
Empoli – La piazza – La Collegiata – Immagine tratta da “Firenze e la Toscana” di Eugenio Müntz, Fratelli Treves Editori, 1899

La città posta nel centro d’un fertilissimo territorio, a due passi dalla stazione, ha l’aspetto il più grazioso, colle sue vie provviste di marciapiede ed illuminate a petrolio; colle sue case pulite, dipinte in giallo, verde, turchino e dai tetti che strapiombano come quelli di Firenze, mentre i campanili proiettano sulla dimora degli umili la loro ombra tutelare. Delle terrazze ornate di affreschi , imitanti balaustre o simili ornamenti, rompono continuamente la monotonia.
[…]

Sia che si venga da Pisa o da Siena , si resta colpiti dall’animazione che regna nelle vie: una folla enorme si agita, in tal giorno festivo, nella principale tra esse, la “via Ridolfi” lunga, stretta e tortuosa. Ovunque magazzini ben provvisti. Le botteghe dei parrucchieri sopra tutto, pullulano : mai, tranne a Bologna, non ne vidi altrettante riunite in cosi piccolo spazio. Però devo dirlo ad onore degli abitanti d’Empoli — neppure i librai vi mancano. Poi noto un bazar in cui tutti gli oggetti costano 44 centesimi. Delle stamperie, dei depositi di ghiaccio e delle cartolerie. Altrove su di una miserabile botteguccia, presso alle parole “Trippa e Zampa” leggo in francese: “Restaurant”.

Il fisco spietato preleva il suo tributo su tutto ed ovunque può: dalle insegne dei negozi, sino alle fotografie esposte, tutto porta un timbro mobile annullato, la marca da bollo. Dappertutto, sulle facciate degli edifizii pubblici, o delle case private, delle iscrizioni tracciate col pennello, su cartoni intagliati, ci rivelano ad un tempo un tratto dei costumi italiani, e l’ardore delle lotte elettorali sempre vivissimo. Tali iscrizioni, quasi indelebili, eternano meglio della carta, il ricordo delle vittorie e delle sconfitte: “eleggete Pelosini” tale era la parola d’ordine che in quel momento spiccava su tutti gli edifizii. Fortunatamente presso a tali testimonianze di vitalità, c’è pur posto pel raccoglimento: il lembo di cielo raggiante, o il pittoresco sfondo delle montagne, che apparisce in capo a molte vie, uniscono allo spettacolo dell’attività e del moto, le sane impressioni della natura.

Gli edili moderni non trascurarono nulla per dare ad Empoli un aspetto monumentale: in questi siti le pietre ed i marmi non costano niente. Due fontane scolpite da Pampaloni, nel 1824 e nel 1831 (l’una consistente in quattro leoni di marmo, ed in un gruppo di donne, che sorreggono la vasca da cui esce l’acqua), ricordano l’impulso impresso ai lavori d’abbellimento dagli ultimi granduchi. Inoltre certi stabilimenti ordinariamente ricacciati nei punti meno in vista si mostrano trionfalmente, quasi per dimostrare che anche nelle costruzioni d’ordine il più umile, l’antico “Emporium” vuole proclamare la sua opulenza.

In queste regioni, malgrado le invasioni ed i vandalismi dell’industria moderna, l’arte e la storia non perdono mai interamente i loro diritti.

Ecco la piazza della Cattedrale: sebbene del tutto rinnovata (bisognò pur concedere qualche cosa all’igiene ed alle comodità) conserva ancora il suo carattere, ed evoca molti ricordi. Una vecchia casa, chiamata col nome del suo antico proprietario Giuseppe del Popa , medico insigne e “nel patrio idioma purgatissimo” ,  ha il vanto d’aver ospitato, al tempo di Dante, il capo dei Ghibellini, Farinata degli Uberti. Gli affreschi che ornano la facciata sono, sventuratamente, posteriori di alcuni secoli; sono cioè del XVII.

Così, come disse Francis Wey, “in un’oscura borgata della Toscana si trovano i più drammatici ricordi di Firenze ; in una piccola piazza si scorgono i maestri del Rinascimento, al suo sorgere; e Dante che fu loro amico, descrive egli stesso nella sua divina epopea i fatti e gli eroi che oprarono su questa scena”.

Qualche passo più in là, la cattedrale, o pieve, o collegiata, ci riconduce a quel Rinascimento pisano-fiorentino dell’XI al XII secolo, sì vicino alla classica antichità per la nobiltà delle proporzioni e l’eleganza degli ornamenti : ovoli , pilastri , capitelli corinzi, fregi, ecc. La facciata, schiacciata purtroppo tra due porticati grandi e pesanti, ricorda tanto la basilica di Pisa, quanto quella di San Miniato al Monte, che domina così pittorescamente Firenze, secondo l’iscrizione, data dal 1093. Delle fasce di marmo bianco, alternato col marmo verde di Prato, vi danno un aspetto leggiadro, e fanno spiccare la nobile semplicità dello stile: delle teste di leone scolpite, concorrono ad aumentare l’effetto.
[…]

( Eugenio Müntz, brano tratto da “Firenze e la Toscana”, Fratelli Treves Editori, 1899 )

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