Eugenio Müntz, Empoli, Camminando così, alla ventura…


Empoli - La piazza - Immagine tratta da  “Firenze e la Toscana” di Eugenio Müntz, Fratelli Treves Editori, 1899
Empoli – La piazza – Immagine tratta da “Firenze e la Toscana” di Eugenio Müntz, Fratelli Treves Editori, 1899

Camminando cosi, alla ventura, in cerca di qualche monumento degno di considerazione, scopro in una strada laterale, la Via dei Neri, la chiesetta di Santo Stefano. Dell’interno non vi dico nulla, e con ragione; esso rigurgita di fedeli, e i contadini che non hanno potuto varcarne la soglia, s’accontentano di starsene sulla porta, a capo scoperto, sotto un sole cocente; tale “coda di gente”, che si prolunga per una diecina di metri, così calma e rassegnata, non può a meno di fare una certa impressione.
[…]

Nelle altre chiese — e sono parecchie — ovunque statue, bassorilievi, affreschi a quadri appartenenti al periodo migliore dell’arte toscana, compresa tra il XIV e il XVI secolo.

Dopo i capolavori del Rinascimento siamo obbligati a tener conto dei tentativi, talora onorevoli, di ciò che in Italia chiamasi stile barocco. In una vasta piazza, se non erro, piazza Vittorio Emanuele, s’innalza una chiesetta di mattoni, fiancheggiata da un porticato a colonne e d’un campanile sormontato da una cupola esagonale; un modello di sobrietà e di distinzione, di grazia sicura di se stessa. Ricordiamo il nome: Santa Maria fuori citta’; colui che costruì un tale santuario dev’esser stato un uomo di buon gusto.

L’interno, molto esiguo, contrasta alquanto colla semplicità della facciata: degli addobbi rossi, dorati o argentati, ricoprono le pareti; un’abbondante illuminazione proietta su questi i suoi splendori volta a volta brillanti e misteriosi. Tali stoffe a strisce, tali panneggiamenti pittoreschi, tali ceri, fiori artificiali, specchi, tale orpello, in uno alle donne che si sventolano vivacemente e agli uomini ginocchioni, immersi nelle loro meditazioni o nelle loro preghiere, tutto ciò insomma offre un miscuglio raro e seducentissimo di frivolezza e di divozione !

Alcuni passi più avanti, in piena luce, sotto un sole fulgido, appare l’Italia moderna, l’Italia profana, agitata e colorata, senza la poesia che il passato conferisce ad ogni cosa. Nell’immediata vicinanza della chiesa s’accampano i saltimbanchi, felici, contenti ; essi hanno poste le loro casseruole sul basamento del porticato , e fanno asciugare la loro biancheria su bastoni conficcati al suolo. Uno di essi zufola l’aria del Rigoletto: “La donna è mobile”, altri mangiano in una stessa scodella sulle ginocchia, o preparano la rappresentazione della sera. Infatti noi siamo sul limitare d’ un vasto campo di fiera tutto cosparso di tende o di carrozzoni ambulanti.

Pochi curiosi: non è giunta ancora l’ora dello spettacolo ; ma aspettate un po’ e vedrete quale folla avida di divertimenti invaderà tal luogo di sollazzo. Io mi propongo di prevenirla, e malgrado la mia poca simpatia per tale genere di spettacoli, mi dedico ad una completa esplorazione di questo Eldorado empolese. Gli avvisi sono pieni di promesse; essi ci fanno ricordare che l’Italia è sempre stata la terra classica delle epigrafi.

Qui si fa vedere “una gran vasca di palombari genovesi”; più in là, “il circo equestre Italo-Anglo-Americano” (quale cosmopolitismo!), in cui si ammirerà un salvatore di 7 anni, “Guglielmino Zavotta, decorato con più medaglie d’argento pel suo coraggio e la sua intrepidezza”.  Un’altra baracca ha per insegna il “Supplizio di prigionieri francesi in China” durante la guerra del 1884; la pittura rappresenta i soldati precipitati su falci infisse nel muro, qualche cosa di simile al supplizio degli uncini, illustrato da Decamps. Più lungi il re Umberto che visita i colerosi a Napoli. Poi una caccia ai leoni, l’incontro di Garibaldi con Vittorio Emanuele, tutto orribilmente scarabocchiato.

Ma penetriamo nell’interno. L’ingresso costa due soldi. Attraverso i tradizionali stereoscopi, si vedono successivamente delle incisioni grossolanamente colorate : la “Spedizione italiana in Affrica”; il “Giuoco del Ponte di Pisa del 12 maggio 1785” ; la “Corsa del 15 agosto di Siena”; il cardinale Sanfelice che benedice i garibaldini della squadra livornese assistenti i colerosi a Resina (il cardinale è vestito di viola) ; “Garibaldi ferito ad Aspromonte” ; poi i panorami di Roma, di Trieste, di Londra.

Ecco l’arte popolare colle preoccupazioni del giorno, il colera e l’Affrica, i ricordi di Garibaldi e di Vittorio Emanuele. Ma in quanto all’esecuzione, come siamo lontani dai Primitivi, quali il Perugino, che si rivolgevano al popolo essi pure, o senza cercare lontano, i due Rossellino ed i Della Robbia, che lasciarono ad Empoli stessa delle pagine così commoventi !  Questo trionfo della chiassosa volgarità fa spiccare viemeglio qualche grazioso quadro discreto o distinto.

A pochi passi dal campo della fiera, una casa attira gli sguardi per la sua decorazione, per altro affatto moderna; dei grafiti spiccano in nero su fondo bianco: gli stemmi, i rabeschi, i pilastri dominanti in questo concerto di soli due toni, rammentano i modelli dell’epoca migliore. Appunto nell’istante in cui io sto ammirandoli, una giovane Contadina toscana, donna biancovestita suona alla porta, tre uomini mal vestiti l’accompagnano. Prima d’aprire, la prudente fantesca spia dal finestrino, per assicurarsi intorno all’identità dei visitatori, rivolgendo loro la tradizionale domanda: “Chi è?”

( Eugenio Müntz, brano tratto da “Firenze e la Toscana”, Fratelli Treves Editori, 1899 )

Contadina toscana - Immagine tratta da  “Firenze e la Toscana” di Eugenio Müntz, Fratelli Treves Editori, 1899
Contadina toscana – Immagine tratta da “Firenze e la Toscana” di Eugenio Müntz, Fratelli Treves Editori, 1899

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