Eugenio Müntz, Siena – Fonte  Branda e chiesa di San Domenico


Siena – Fonte Branda – Foto tratta dal libro di Art.Jahn Rusconi “Siena” – Istituto Italiano d’Arti Grafiche, 1907
Siena – Fonte Branda – Foto tratta dal libro di Art.Jahn Rusconi “Siena” – Istituto Italiano d’Arti Grafiche, 1907

In una città di montagna quale Siena, lontana da ogni corso d’acqua, la quistione dell’approvvigionamento per mezzo di acquedotti o di condotti sotterranei è importantissima. Così spiegasi perché le fontane, che altrove non sono molto spesso che ornamenti, figurino qui, in prima fila, tra i lavori edilizii. Un immenso reticolato scavato nel tufo, lungo più di 24 chilometri — dei bottini — alimenta le dodici fontane pubbliche ed i trecentocinquantacinque pozzi particolari.

Discendiamo il rapido pendio della collina su cui trovasi il Duomo: nel fondo sta la Fonte Branda, cantata da Dante, coi suoi tre archi gotici; al di sopra, escono dal muro dei leoni del XII o XIII secolo, a mezzo corpo, d’un aspetto molto fiero. L’acqua è limpida ed abbondante. All’intorno numerose concerie, asciugatoi con mucchi di concie, lavatoi.

“…
Li ruscelletti che d’i verdi colli
del Casentin discendon giuso in Arno,
faccendo i lor canali freddi e molli,
 
sempre mi stanno innanzi, e non indarno,
ché l’imagine lor vie più m’asciuga
che ‘l male ond’io nel volto mi discarno.
 
La rigida giustizia che mi fruga
tragge cagion del loco ov’io peccai
a metter più li miei sospiri in fuga.
 
Ivi è Romena, là dov’io falsai
la lega suggellata del Batista;
Per ch’io il corpo sù arso lasciai.
 
Ma s’io vedessi qui l’anima trista
di Guido o d’Alessandro o di lor frate,
per Fonte Branda non darei la vista.
…”
Dante (Inferno, canto XXX)

[…]

Siena - Chiesa di San Domenico - immagine tratta da  “Firenze e la Toscana” di Eugenio Müntz, Fratelli Treves Editori, 1899
Siena – Chiesa di San Domenico – immagine tratta da “Firenze e la Toscana” di Eugenio Müntz, Fratelli Treves Editori, 1899

I fianchi della collina che sostiene la chiesa di San Domenico sono formati da terreni sabbiosi e giallastri, in parte privi di vegetazione, e la cui stabilità non m’ispira che una mediocre fiducia. Noi prendiamo per la “Via Benincasa” (nome di famiglia di santa Caterina), poi per la “Via Ricasoli”, ove si vede qualche palazzo, di cui uno porta sulla facciata il busto del granduca Cosimo I, il conquistatore di Siena. Pochi negozi in questi quartieri; in compenso attraverso il dedalo delle costruzioni si scoprono dei magnifici punti di vista. Sopra un rapido pendìo dei giovanotti s’esercitano a lanciare al galoppo dei bei cavalli, certamente per prepararli alle corse della Piazza del Campo.

San Domenico s’innalza sopra una piazza vastissima, ornata di tigli, di cipressi e di cespugli di rose. Dei velocipedisti (quale anacronismo in simile città!) si esercitano sul praticello smaltato di trifoglio e di fiorellini gialli, ad una certa distanza da un caffè detto “Succursale al Confortable” (altro anacronismo!). Per fortuna un panorama sorprendente fa diversivo a tali invasioni del secolo XIX: se la vista è da un lato limitata dalle fortificazioni, domina dall’altro le case disposte le une al disopra delle altre, il Duomo, il Palazzo pubblico.

L’esterno di San Domenico è nudo e guasto; e l’ombra profonda che l’edilizio proietta sulla via e sulle piantagioni innondate di sole non concorre a migliorarlo certamente.

Penetriamo ora nell’interno: nemmeno qui la prima impressione è più favorevole: il santuario comprende una sola navata, molto ampia, senza cappelle laterali, e una crociera, ancora più ampia, fiancheggiata da cappelle, il tutto della forma d’un T. Tutte le finestre sono murate, eccetto due; il terreno è coperto d’un ammattonato dei più semplici; come tetto un’incavallatura a giorno ; un’intonacatura gialla a larghe strisce nere fa le veci di preziose incrostazioni; di tanto in tanto, stemmi fissi nel muro e pesanti altari del XVI e del XVIII secolo. Però ci si famigliarizza presto con tale semplicità.

La Madonna dipinta da Guido da Siena, nel 1221 , cioè molto prima della comparsa del Cimabue (Vergine, di dimensioni colossali, le spalle coperte da un mantello azzurro), ha meno rigidità di quelle di Cimabue. Si osserverà ch’essa tiene il bimbo lungi da se, all’uso bizantino, in luogo di stringerselo al petto. La cappella di Santa Caterina, in cui è conservato il capo della Santa senese, deve la sua celebrità agli affreschi del Sodoma.

Dirimpetto a San Domenico, separata dalla chiesa per mezzo d’un burrone, sta una gran piazza moderna, con pesanti lampioni a cinque becchi, e banchine cogli schienali ondulati, come quelli che ci sono nelle passeggiate parigine. I suoi eucalipti dimostrano che a tali piante è più propizio il cielo di Siena che quello di Firenze. Su questa stessa piazza un caffè con tavolini all’aria aperta, una tribuna per l’orchestra, ecc. In fondo, la cittadella collo stemma dei Medici. Particolare notevole: gli Inglesi, che s’acclimano ovunque colla massima facilità, hanno edificato qui, nel 1880, una chiesa riformata, il cui classico porticato è sorretto da quattro colonne corinzie.
[…]

( Eugenio Müntz, brano tratto da “Firenze e la Toscana”, Fratelli Treves Editori, 1899 )

5 Comments Add yours

  1. Ti ho nominato per il premio Fmtech Award Very Nice Blog
    Vedi https://folatediventocaldo.wordpress.com

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    1. Carlo Rossi scrive:

      Ti ringrazio.

      Liked by 1 persona

      1. Prego..premio meritatissimo..!! 🙂

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  2. Ma quando sono stata a Siena la prima volta? Ai tempi di Muntz!

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    1. Carlo Rossi scrive:

      😊 😊

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