Eugenio Müntz, Siena, Palazzo Tolomei e ricordo di Pia dei Tolomei


Siena - Palazzo Tolomei - immagine tratta da “Firenze e la Toscana” di Eugenio Müntz, Fratelli Treves Editori, 1899
Siena – Palazzo Tolomei – immagine tratta da “Firenze e la Toscana” di Eugenio Müntz, Fratelli Treves Editori, 1899

Dalla piazza di San Domenico ritorniamo al centro della città, attraverso vie tortuose e dirupate. Seguendo nuovamente la Via Cavour, per giungere sulla piazza del Palazzo Pubblico, scorgiamo una quantità di palazzi storici, di cui voglio nominare almeno i principali. E’ lungo tale arteria, che con nomi diversi, “Via Camollia, Via Cavour, Via di Città, Via San Pietro, ecc.” , e dopo innumerevoli giri, attraversa Siena nella sua massima estensione, da “Porta Camollia” al nord, sino alla “Porta Tufi” e alla “Porta San Marco” al sud, che s’innalzano le dimore signorili, che danno alla città la sua speciale fìsonomia: i palazzi Salimbeni, Spannocchi, Tolomei, la “Loggia dei Nobili”, i palazzi Nerucci, Saracini, ecc.

Questi palazzi presentano una grande unità, malgrado la diversità dei materiali adoperati (ora mattoni, ora, ma più di rado, pietre da taglio, abbastanza porose, non dissimili del tutto dal travertino usato a Roma; tali pietre provengono, mi si afferma, dai dintorni di Rapolano). Il tratto caratteristico ne è la mancanza di sporgenze : nè colonne, nè frontoni, nè balconi ; di rado anche dei semplici pilastri. Gli ornamenti di terra cotta che adornano i palazzi dell’alta Italia, pure vi mancano. Per unico abbellimento, dei bugnati alla fiorentina, e dei portatorcie. E’ già molto se delle persiane tinte in verde interrompono la monotonia delle facciate. Eppure quale maestà in queste linee apparentemente così semplici !

La Piazza Salimbeni, la cui attuale disposizione data dal 1879, ha nel centro la statua d’un personaggio vestito da ecclesiastico, Sallustio Bandini, l’autore del classico Discorso sulla Maremma Senese (1737) ed uno dei fondatori della scienza economica.

Sugli altri tre lati si innalzano : il Monte dei Paschi, edilìzio pesante e senza carattere, residenza della celebre banca di tale nome, un palazzo restaurato, dalle finestre gotiche, pure appartenente a tale istituzione; poi a destra l’antico palazzo Spannocchi, oggi della Posta. Tale palazzo costrutto verso il 1470 da un architetto fiorentino, il cui nome è sconosciuto, per conto dell’antico tesoriere del papa Pio II, è già pienamente del “Rinascimento”,: si fa osservare per le sue finestre a centina, cinque per piano, e per la cornice a mensole gigantesche, d’un disegno poco felice. La trasformazione in palazzo della Posta, dovuta ad un architetto senese contemporaneo, è ben riuscita e degna d’una città moderna. Gli uffici danno sopra un grande cortile, ornato di graffiti moderni, composti di candelabri, genii nudi e medaglioni. Tutto il complesso è comodissimo e quasi di lusso.

Il palazzo Tolomei, in cui dimorò nel 1310 il re Roberto di Napoli, data, dicesi, dal 1205. Fra tutti i palazzi della “Via Cavour” è il più originale ed il più superbo, un campione purissimo e completo dello stile ogivale, ed il prototipo d’una serie d’altri palazzi, Beringucci, Landi (mattoni rossi, con finestre gotiche a colonnette), Mariscotti-Sergardi, Grottanelli, Tegliacci-Buonsignori, Saracini, che ne riproducono, con qualche variante, la disposizione generale.

Il palazzo Tolomei si compone d’un pian terreno eccessivamente alto, con tre porte e due finestre (moderne); il primo piano ha cinque finestre trilobate, e dà un valore ed un effetto veramente grande a questo gigantesco basamento; una distanza piuttosto rilevante separa questo primo piano dal secondo. Osservate, amici miei, l’uso o l’abuso di tali distanze, destinate a far spiccare le aperture; è quasi il segno di riconoscimento degli architetti toscani, tanto del medio evo, quanto del secolo XV. A coronamento, merli od imitazioni di merli, e feritoie.

Ecco l’ ideale del palazzo del medio evo, fiero e superbo. A questo palazzo, se i commentatori di Dante hanno indovinato giusto, si annette il ricordo di Pia dei Tolomei.

Il suo sposo, Nello Della Pietra, che voleva disfarsene per rimaritarsi, la fece rinchiudere in un castello della Maremma, ove essa si spense in causa dei miasmi pestilenziali. In questi termini ella si rivolge a Dante:

«Deh, quando tu sarai tornato al mondo
e riposato della lunga via»,
seguitò ‘l terzo spirito al secondo,

«ricorditi di me, che son la Pia;
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui, che ‘nnanellata pria

disposando m’avea colla sua gemma».

( Dante, Purgatorio, Canto V )

[…]

( Eugenio Müntz, brano tratto da “Firenze e la Toscana”, Fratelli Treves Editori, 1899 )

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