Eugenio Müntz, In viaggio verso Monte Oliveto Maggiore


Monte Oliveto Maggiore - immagine tratta da  “Firenze e la Toscana” di Eugenio Müntz, Fratelli Treves Editori, 1899
Monte Oliveto Maggiore – immagine tratta da “Firenze e la Toscana” di Eugenio Müntz, Fratelli Treves Editori, 1899

E’ da Siena che usualmente si va al convento di “Monte Oliveto Maggiore”, distante trentaquattro chilometri. I mezzi di trasporto sono vari e numerosi. Il più semplice, se non il più attraente, consiste nel noleggio d’una vettura; per una trentina di lire, qualunque albergo senese mette a vostra disposizione una carrozza a due cavalli. Però la maggior parte dei viaggiatori preferisce arrivare ad Asciano, o alla stazione successiva, San Giovanni d’Asso, colla ferrovia ; di là è facilissimo recarsi o a piedi, o con un veicolo qualunque, alla celebre abbazia benedettina; ci si impiega circa un paio d’ore.

Giungendo alla stazione d’ Asciano, io vengo assalito da una legione di vetturini, che si disputano i miei bagagli, e rivaleggiano in eloquenza per convincermi ciascuno della qualità superiore della propria carrozza, è duopo scegliere il meno chiacchierone fra questi individui, il veicolo meno sconquassato, il cavallo più vivace, e soprattutto bisogna stabilire prima, chiaramente, il prezzo.

Eccomi in cammino per la città, posta ad una certa distanza dalla stazione, ed alla quale giungiamo in un quarto d’ora. Malgrado il breve tragitto, il mio cocchiere si ferma innanzi ad un albergo, d’apparenza piuttosto meschina, e mi dichiara, imbarazzato, che bisogna cambiare cavallo; per cui ripartiremo tra venti minuti. Io intuisco un tranello, ma i nostri patti sono chiari; che c’è da temere ? Approfittiamo di tale ozio forzato, per gettare un’occhiata intorno a noi.

Asciano trovasi tra colline molto trarupate; è una cittaduzza, o meglio, una borgata, di circa 7.000 abitanti. Non presenta nulla di rimarchevole. Le sue chiese contengono però un certo numero d’opere d’arte, che il cav. Lombardi, il fotografo senese, ha posto in luce. […] Una tale varietà d’opere d’arti, in un remoto borgo, non ha nulla di straordinario : non siamo forse in Toscana ?

Grazie ad un felice concorso di circostanze, la prosperità materiale di queste regioni coincise collo slancio delle arti ; invece di venire ornati nell’epoca della decadenza, come la maggior parte degli edifizi di Torino, di Napoli, di Genova, e di tante altre città (senza uscire dalla Penisola), le chiese, i municipi e persino i palazzi dei privati vengono da un capo all’ altro della Toscana affidati a questi maestri, ingenui e fieri, teneri ed eloquenti, usciti o dalla scuola di Firenze, o da quella di Siena.

In altri tempi le provincie da noi or ora nominate poterono far prova di tanto patriottismo, imporsi dei sacrifizi cosi grandi. Che importa ? Troppo tardi esse sono venute. Il genio che presiede allo sbocciare dei capolavori non ragiona, non calcola: una volta trascorsa l’ora propizia, i tentativi, per quanto grandi, rimangono afflitti da un’incurabile sterilità. Ecco perchè l’oscuro borgo d’ Asciano, coi suoi affreschi ed i suoi bassorilievi primitivi, riporterà la vittoria, nello spirito dei ferventi dell’arte, su molte capitali celebri, dalla decorazione brillante e vuota.

Tali erano le riflessioni a cui ero in preda, allorché il mio vetturino venne a dichiararmi, questa volta senza alcuna esitazione, ch’era impossibile tentare l’ascensione del Monte Oliveto colla vettura ad un sol cavallo.
« Che strada, che strada! — esclama egli, — non avete idea d’una strada simile! »

Io gli rispondo con la massima calma ch’egli era libero d’attaccare due cavalli alla sua carrozza, ma che avendo stabilito il prezzo a priori per tale spedizione, sarebbe stato ingiusto ch’io dovessi pagare ora il doppio della somma convenuta. Tale argomento è perentorio : con tutto ciò il mio uomo non si dà per vinto : egli va a reclutare dei compatrioti, che con molte esclamazioni dichiarano che sarebbe una vera pazzia l’intraprendere un viaggio così pericoloso con un solo cavallo. L’ascensione del Monte Oliveto è paragonata a quella del Vesuvio ; la strada carrozzabile che vi mena diventa un sentiero costeggiato da spaventosi precipizii ; non vi sono che i forestieri che vogliano tentare così il destino !  La mia obbiezione costante : « Perchè non mi avete prevenuto prima? » trionfa infine di tale eroica opposizione ; il vetturino con aria rassegnata mi dichiara che sarà giocoforza contentarsi d’un sol cavallo, ma che il cocchio dovea essere sostituito da una carrozzella a due ruote. Io non domando di più ; poiché tale ipotesi era già stata prevista. Perché dovrei io pretendere di più di tanti altri che mi hanno preceduto ?

Non si può immaginare nulla di più selvaggio e di più imponente, dello spettacolo che si offre ad alcune centinaia di metri da Asciano, superata la prima salita: sono immensi burroni, torrenti asciutti, collinette di sabbia o d’argilla, di bizzarro profilo, con fianchi scoscesi; per lunghi tratti non si scorgono che coni che si ergono nell’aria quasi a perdita d’occhio. La linea orizzontale è bandita da quel suolo, così profondamente sconvolto: si direbbe un mare in burrasca, i cui flutti sollevati dalla tempesta si siano ad un tratto, come per incanto, fermati.

La povertà della vegetazione accresce l’orrido del quadro. Solo di tratto in tratto si scorge qualche olivo vecchio e nodoso; nessuna traccia di villaggi; qua e là una fattoria di meschina apparenza: forse una mezza dozzina in tutto. Il deserto scelto dai fondatori di Monte Oliveto non ha nulla da invidiare alla Tebaide. Non vi descriverò i mutamenti della strada; la nostra carrozzella viene sbalestrata dalla cima d’una collina, che si direbbe inaccessibile, sin giù in un profondo crepaccio. Per fortuna il nostro cavalluccio sardo ha il piede sicuro, il garretto vigoroso. Egli prende d’assalto al galoppo i pendii i più ripidi.

La sera s’avvicina; il sole al tramonto, invece di dorare le cime di quell’oceano di montagne, ne fa più implacabilmente risaltare la desolante nudità; noi saliamo, saliamo sempre. Ad un certo punto il mio conduttore , che è divenuto amabilissimo , mi mostra un noce, che si vede, dice lui, da Siena. Finalmente scopriamo la meta del nostro viaggio ; ma sebbene situata soltanto a qualche tiro di schioppo, avremo bisogno ancora di salire e di discendere per raggiungere Monte Oliveto. Osservo passando, sull’altura alla nostra sinistra, Chiusuri, un povero villaggio di 300 abitanti, e concentro tutta la mia attenzione sul convento che ci sta dinanzi.

Immaginate una specie di isolotto che si rizza fra orribili precipizi, in comunicazione colla terraferma per mezzo d’un’unica striscia di terra stretta e dirupata, ed avrete Monte Oliveto Maggiore. I colli che lo circondano discendono quasi a picco ad una prodigiosa profondità, poi il suolo si rialza, in un erto pendìo, formando l’elevazione su cui trovasi il convento e le sue dipendenze.

Tali precipizi formano intorno al santuario una specie di difesa naturale; per viemeglio guarentire la loro sicurezza, i monaci non ebbero che da fortificare la via che li unisce al resto dell’ universo. Noi passiamo sotto una torre , col fossato colmo a metà e il ponte levatoio in rovina; costeggiamo un viale di cipressi, il cui nero fogliame spicca come un’ oscura macchia sui terreni brulli , e giungiamo alla porta del convento.
Il mio conduttore, la cui affabilità è sempre aumentata, mi ringrazia con effusione per la mancia, che aggiungo al prezzo convenuto; egli insiste per tornare a prendermi l’indomani o il dopo domani ; finalmente, per provarmi la sua riconoscenza, mi dà una preziosa informazione : cioè che la prossima volta egli mi avrebbe condotto volentieri per la metà della somma chiestami oggi. Io faccio parte, alla mia volta, di tale avvertimento a coloro che mi succederanno nel villaggio e che un inglese pietoso, in un’iscrizione tracciata sul banco di pietra da lui fatto innalzare a Fiesole pei viaggiatori stanchi, chiama “i miei fratelli viaggiatori”.

Il più importante è procurarsi un alloggio, perchè la notte s’avanza rapidamente. Picchio forti colpi alla porta: nessuna risposta. Dei nuovi tentativi non riescono che a provocare una risposta poco rassicurante da parte dei molossi posti a custodire l’interno. Che fare in questo paese deserto ? Il governo italiano che non aveva lasciato a Monte Oliveto che due o tre religiosi a titolo di custodi, avrebbe forse finito per togliere, come dalla Certosa di Pavia, tali ultimi rappresentanti dell’antica congregazione?
Questi erano i dubbi che mi agitavano, allorché finalmente, dopo un’aspettativa di circa mezz’ora, un ragazzino attratto dal rumore venne a dirmi che i Padri facevano la loro passeggiata, e che non avrebbero tardato a rientrare. Ero salvo !
[…]

( Eugenio Müntz, brano tratto da “Firenze e la Toscana”, Fratelli Treves Editori, 1899 )

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  1. fulvialuna1 scrive:

    Ma che dettagliatissima descrizione!

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