Eugenio Müntz, Il convento di Monte Oliveto Maggiore


Chiostro del convento di Monte Oliveto
Chiostro del Convento di Monte Oliveto Maggiore – immagine tratta da “Firenze e la Toscana” di Eugenio Müntz, Fratelli Treves Editori, 1899

Nulla di più lugubre dei lunghi corridoi oscuri che mi si fecero attraversare per condurmi nel salone destinato ai forestieri ; delle 300 celle che contiene il convento, tre sole sono occupate; i passi vi si ripercuotono a lungo; le lampade a tre becchi proiettano la loro poca luce sui muri imbiancati a calce; certo nessuno dubiterebbe di essere così vicino al chiostro abbellito dal pennello magico del Sodoma, il pittore per eccellenza della grazia e della soavità, il precursore d’Andrea del Sarto e del Correggio.

L’arrivo del superiore — il sapiente e venerando Padre Di Negro — muta il corso delle mie idee: egli stesso vuole condurmi al mio appartamento: la parola non ha nulla d’esagerato, poiché trattasi dell’abitazione, per l’addietro, assegnata all’ abate al finire delle funzioni, come lo prova l’iscrizione scolpita sulla porta: “ Reverendus Pater abbas praeteritus.”
Eccomi in possesso di quattro stanze a vòlta: un salotto, uno studio, una camera da letto , ed uno spazioso gabinetto di toeletta, provvisto d’un balcone da cui godesi d’una magnifica vista sopra una costa ricoperta d’ulivi. Il mobilio è semplice, ma molto pulito; nel salotto, tappezzato di stoffe persiane, sta appesa una incisione della Madonna della Seggiola ed un ritratto di Pio IX.

Mentre prendo possesso del mio nuovo regno, si sta pensando alla cena; essa sarà modesta perchè è venerdì, e la stessa prospettiva ho per l’indomani, poiché da un capo all’altro d’Italia anche il sabato si mangia di magro. La regola degli Olivetani ha ancora rincarato su tali prescrizioni: questa settimana fanno quattro giorni di magro sopra sette.

L’esistenza degli abitatori del convento (la popolazione componesi in tempi normali di due o tre fratelli in abito ecclesiastico e non monacale, d’ un domestico, che fa da cuoco e da cocchiere, di alcuni operai incaricati della manutenzione dei fabbricati, e della coltivazione del terreno) non ha del resto nulla d’invidiabile. Le provviste sono difficili, tanto per la sterilità del terreno, quanto per il cattivo stato delle strade; è proprio — tranne alcune modificazioni introdotte dai costumi moderni — la vita di privazioni raccomandata dal fondatore dell’ordine. Il governo non dà ai frati che l’alloggio, coll’obbligo di albergare e nutrire i visitatori stranieri per una modicissima retribuzione (quattro lire al giorno per tre pasti: la mattina alle sette il caffè, a mezzodì il pranzo, alle nove di sera la cena); è loro necessario industriarsi col deserto che si stende intorno al convento.
Il superiore attuale, che abita Monte Oliveto già, da una trentina d’anni, non ha trascurato nulla per cavar partito dagli incolti terreni di argilla grigiastra: le piante d’eucalipti, queste nuove ospiti d’Italia, ci parlano dei suoi sforzi: serviranno a combattere le febbri che dominano in quei luoghi. Si coltivano pure gelsi, olivi ed aloe.
Terminato il mio pasto frugale, prendo congedo dai miei ospiti, e mi ritiro nell’appartamento che vide sfilare tanti dignitari dell’ordine di Monte Oliveto.
La notte è magnifica; dal mio balcone scorgesi la via Lattea in tutto il suo splendore: il silenzio imponente del deserto non è interrotto che dal canto monotono dei ranocchi.
[…]

Data adunque la configurazione di Monte Oliveto, non è da aspettarsi di trovare negli edifizi che compongono l’abbazia nè l’unità di composizione, nè l’aspetto grandioso di certi altri monasteri italiani, come La Certosa di Pavia, San Francesco d’Assisi e Montecassino.  La chiesa non domina sufficientemente le costruzioni alle quali è addossata, queste alla lor volta formano una linea troppo irregolare, sebbene parecchie parti prese separatamente e in special modo i chiostri, siano di bell’apparenza; finalmente delle costruzioni accessorie, d’un carattere poco monumentale, la tegolaia, le scuderie, concorrono ad attenuare l’effetto dell’insieme.

Il primo monumento che si scorge avvicinandosi all’abbazia è la cittadella destinata a proteggerla, come pure a servire d’infermeria e di foresteria.

Accanto alla cittadella è costrutta la farmacia, in cui i monaci vendevano per l’addietro ai contadini dei dintorni, o delle semplici piante del loro giardino botanico, o delle medicine saggiamente preparate. Nulla di più pittoresco e nello stesso tempo di più triste di quest’officina che sembra esser stata chiusa repentinamente in piena attività, come se, al pari di Pompei, fosse stata colpita da qualche catastrofe imprevista: le lunghe file di boccali di maiolica, colle loro iscrizioni dello scorso secolo, le immense storte di forma antica, i mortai polverosi, le bottiglie ancor per metà ripiene nell’armadio dei veleni, tutto ciò ci trasporta come per incanto cent’anni indietro; si dimenticano le miserie presenti, la soppressione del 1866, le bufere della rivoluzione, per non pensare che all’ardente curiosità che in quell’epoca trascinava tutti gli spiriti verso lo studio della fisica e delle scienze naturali; la chimica stava nascendo e sin nel fondo dei conventi si cercava di tenersi al corrente dei metodi nuovi. Io son persuaso che il converso, altre volte incaricato della direzione della farmacia, faceva venire dall’estero i più perfetti utensili, i prodotti più rari ch’egli si sforzava di indagare. Doveva esser così bello il lavorar qui, lungi dalle preoccupazioni e dai rumori del mondo!

Per discendere al monastero che all’incontro di tanti altri simili fabbricati occupa non la sommità della collina, ma la parte più bassa, si può seguire tanto la strada carrozzabile, costeggiata da cipressi, quanto uno di quei viottoli selciati in mattoni a cui si dà il nome di salite. A sinistra si scorge un vasto vivaio che in questa stagione (settembre) è quasi secco , poi una vasta tegolaia da cui uscirono i materiali impiegati alla costruzione di Monte Oliveto; a destra parecchie cappelle, tra le quali quella di Santa Scolastica merita più d’ ogni altra la nostra attenzione.
[…]

Io ho fretta di giungere alle pitture che formano la gloria di Monte Oliveto; è su di esse che il viaggiatore dovrà concentrare la sua attenzione; il posto di cui qui disponiamo è a mala pena sufficiente a dare un’idea del magnifico insieme, a cui si collegano i nomi di Luca Signorelli da Cortona, e del suo giovane emulo, Giovanni Antonio Bazzi da Vercelli, detto il Sodoma.

Il chiostro principale, destinato a ricevere le composizioni dei due maestri, è una delle parti più antiche del convento; cominciato alla fine del XIV secolo, fu terminato un mezzo secolo dopo, sotto il venerando Francesco Ringheri (1443-1447): ciò significa che esso appartiene ad un’ epoca di transizione, e che se non ha più la severità delle opere del medio evo, non ha ancora l’eleganza, la distinzione di quelle del Rinascimento; numerosi restauri che hanno specialmente modificata la forma delle finestre, e il collocamento nelle arcate del pianterreno d’un’ invetriata destinata a proteggere gli affreschi, hanno aggiunto alquanta pesantezza e dell’indecisione all’architettura: 1’effetto generale non manca però d’una certa grandiosità.

Lo studio delle opere d’ arte riunite a Monte Oliveto mi avea occupato tutta la mattina; però anche in tal luogo di privazioni, anche innanzi a tante meraviglie, delle preoccupazioni d’un ordine prosaico non mancano d’ imporsi ; accolsi dunque a mezzodì con vera soddisfazione la notizia che il pranzo era pronto. L’ amore della verità mi obbliga a dichiarare che il menu dei buoni frati non era troppo variato, e la preparazione di quelle vivande tanto semplice testimoniava una perfetta inesperienza gastronomica da parte del giovane cuoco. Fui però felice di non essere costretto a subire il digiuno regolamentare del sabato ; per cui salutai con entusiasmo l’apparizione d’ un pollo — molto magro è vero — di cui mi fu servita una metà lessa, e l’altra metà arrosto.

Non mi ricordai, se non dopo averci fatto onore, d’una lezione che mi riempì di imbarazzo: visitando Monte Oliveto nel 1462, il gran papa senese Pio II (Enea Silvio Piccolomini), la cui benefica memoria non ha ancor cessato, dopo quattro secoli, di aleggiare sulla sua provincia natale, ordinò a tutto il suo seguito d’osservare il magro per la durata del suo soggiorno, non volendo urtare i sentimenti di quei religiosi. Ma era troppo tardi; rimettendo ad un’altra volta l’imitazione di sì nobile esempio, terminai, non senza rimorsi, di rosicchiare il miserabile pollo, cresciuto su quello sterile suolo.

Il cielo intanto s’era fatto minaccioso e sarebbe stato imprudente prolungare il mio soggiorno in un paese dove, alla menoma pioggia, le vie divengono impraticabili. II priore, a cui comunico il mio desiderio di recarmi direttamente a Pienza, dove mi attiravano i magnifici monumenti del XV secolo, il palazzo Piccolomini, la cattedrale, il municipio, con molta gentilezza mi offre la sua vettura ed il suo unico cavallo, un cavalluccio di montagna che porta allegramente i suoi trent’anni. Mastro Giacomo, il cuoco, si trasforma per la circostanza in mastro Giacomo, il cocchiere; io faccio voti perchè la metamorfosi sia a suo vantaggio, poiché i suoi principii culinari non mi avevano ispirato che una stima mediocre.

Ma del resto bisogna saper adattarsi a tutto!
[…]

( Eugenio Müntz, brano tratto da “Firenze e la Toscana”, Fratelli Treves Editori, 1899 )

Monte Oliveto Maggiore
Monte Oliveto Maggiore – immagine tratta da “Firenze e la Toscana” di Eugenio Müntz, Fratelli Treves Editori, 1899

2 Comments Add yours

  1. fulvialuna1 scrive:

    Stupendo! Letto con grande curiosità.

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    1. Carlo Rossi scrive:

      Ti ringrazio.

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