Eugenio Müntz, Fiesole


Fiesole - Panorama
Fiesole – Panorama – immagine tratta da “Firenze e la Toscana” di Eugenio Müntz, Fratelli Treves Editori, 1899

Fiesole !  Qual volto pensoso non si rischiarirebbe innanzi a tal nome, che da solo rappresenta tutto un poema ?  Quale artista, qual dilettante, qual viaggiatore sincero non evoca, allorché questo nome gli colpisce l’orecchio, l’immagine di ville ridenti costrutte nei punti più pittoreschi, di ulivi che si alternano colle rose, di verdi quercie, di mirti, di lauri che coprono d’ un’ ombra protettrice rovine venti volte secolari ?

Ai capricci d’una natura giovane e forte si sposano i ricordi d’un passato che confina colla leggenda; alle produzioni d’un tempo quasi favoloso fanno riscontro i capolavori di due maestri di cui la vita fu intimamente collegata a quella della vecchia città etrusca : l’uno il pittore Fra Giovanni Angelico, l’altro lo scultore tenero e divoto, Mino.  Vedendo riunita in tali luoghi tanta grazia e tanta nobiltà, sembra d’aver sotto gli occhi la personificazione stessa del genio fiorentino, quale si mostra a noi durante il periodo più bello della sua storia.

La ricerca delle origini di Fiesole, l’antica “Fæesulæ”, ha occupato molte generazioni di eruditi. Gli uni affermarono con una convinzione degna di miglior sorte, e che io mi guarderei bene dal mettere in dubbio, che il fondatore della città non fosse altri che Atlante; altri pronunciarono il nome di una delle Pleiadi, figlia di Atlante; altri ancora parteggiarono per Giasio, fratello di Dardano, o per l’Ercole egizio.

Rispettiamo tali innocenti fisime, tali guerre della penna, e limitiamoci a ricordare che in un’epoca in cui Roma non era ancora che una borgata, Fiesole comandava già ad una parte dell’Etruria: parecchi studiosi la collocano tra le dodici capitali o lucumonie della potente confederazione che si stendeva dall’Adriatico sino al mar Tirreno.  […]

Colla sicurezza, colla calma — una calma relativa — l’ immaginazione si schiuse meglio ai ricordi storici, alle bellezze della natura ; poco a poco gli spiriti curiosi e ardenti che s’agitavano al piano, sulle rive dell’Arno, divisero la loro ammirazione tra l’oscura cittadella che dominava la loro città, simile a un testimonio del passato, e i quadri ridenti che si svolgevano sui fianchi della montagna. Per Dante, la vincono le gravi lezioni degli anni anteriori; il poeta ci mostra le madri di famiglia di Firenze che filando il loro canape, discorrono dei Troiani, di Fiesole e di Roma:

L’altra …
Favoleggiava con la sua famiglia
Dei Trojani, di Fiesole e di Roma.

[…]

Boccaccio, che scelse una villa di Fiesole quale teatro del suo Decamerone, insiste sopratutto sulla bellezza del sito. Egli mostra i suoi eroi e le sue eroine, le dame accompagnate da qualche loro fida ancella, i giovanotti col loro servo preferito, mentre si pongono in cammino allo spuntar del giorno, ed escono dalla città; essi non avevano che due scarse miglia a fare per giungere alla meta della loro gita.  Il posto da loro scelto era sopra una montagnola, lontana dalle principali vie, tutta coperta d’arboscelli, di cespugli piacevoli all’occhio. Sulla cima s’innalzava un palazzo con nel centro un bel cortile molto vasto, e diviso in loggie, in sale, in camere tutte bellissime e adorne di allegre pitture ; tutt’ all’ ingiro si stendevano dei praticelli , dei giardini stupendi, delle fontane dall’acqua chiara e trasparente, delle cantine ricolme di vini squisiti: più cari ad allegri bevitori che a sobrie e gentili dame.

[…]

I mezzi di comunicazione tra Firenze e Fiesole sono altrettanto numerosi quanto variati. Il viaggiatore che abbia fretta vi si farà condurre in carrozza; se si dispone di maggior tempo si ricorrerà alle linee d’omnibus o di trams che fanno il servizio tra le due città e contano una decina di partenze al giorno; anche una gita a piedi offre i suoi vantaggi; partendo da Firenze di buon mattino, si può esser di ritorno a mezzodì senz’affaticarsi troppo.

Dal canto mio per una escursione così classica, mi appiglio all’omnibus che staziona sulla piazzetta posta a lato della Misericordia. Parecchi viaggiatori hanno già preso posto nel veicolo: un ecclesiastico, due donne di campagna, due fittajuoli e una giovane coppia di tedeschi. Allo scoccar delle otto, il vetturino frusta i cavalli, ed ecco che si attraversa al piccolo trotto la bella e spaziosa Via Cavour (l’antica Via Larga), i cui palazzi, man mano che ci avviciniamo alla barriera, s’alternano coi giardini circondati da muri imponenti.

Lasciando alla nostra sinistra l’arco di trionfo della piazza San Gallo, attraversiamo il Mugnone, lo storico torrente di cui un erudito fiorentino, il conte Passerini, ha descritto le vicissitudini, e c’interniamo nella Via del Pallone, strada modesta, ove le case hanno sostituito i palazzi ; poco dopo i giardini sostituiscono alla lor volta le case, e i terreni incolti, i giardini. Ancora pochi minuti, e dopo attraversata la linea ferroviaria e la barriera del dazio, eccoci in aperta campagna. Intanto al nostro equipaggio viene aggiunto un cavallo.

Poco dopo raggiungiamo la Via della Querce, che comincia alla base della montagna.  Ormai, ad ogni passo che faremo, avremo sempre nuova occasione di ripetere con Cicerone: ovunque si posa il piede s’incontra qualche memoria storica.  Innanzi alla villa Mozzi, noi evochiamo ad un tempo l’immagine del suo fondatore, Cosimo dei Medici, il Padre della Patria, e del suo architetto, Brunellesco; altrove la Via Boccaccio ci ricorda nel suo insieme una delle pagine più tetre della storia fiorentina, la peste del 1348, e il sorgere d’un capolavoro di cui va sempre orgogliosa la, letteratura italiana, il Decamerone.

La Villa della Fonte, o Villa dei tre Visi, o Villa Palmieri, o “Schifanoja”, appartenente ad un ricco signore inglese, il conte di Crawford di Belearres, secondo i commentatori, sarebbe l’asilo che diede ricovero all’allegra società descritta dall’ insuperabile novelliere del secolo XIV. Gli stessi nomi della maggior parte di quelle ville risvegliano le immagini più ridenti; ho notato quelli d’Aurora, Belvedere, Bellevante, Buonriposo, Borghetto, Pratellino. Schifanoja poi sarebbe un altro sans-soucì.

L’irregolarità delle fabbriche e della decorazione contribuisce non poco ad aumentare l’effetto dell’ insieme. Il viaggiatore non deve prendersela troppo contro le muraglie prive di garbo di volgare intonacatura che costeggiano l’antica strada intercettando il più delle volte la bella vista; una delle principali attrattive del paesaggio fiesolano sta precisamente in questa mancanza completa dell’arte e della simmetria, nel contrasto tra tali agglomeramenti di pietre grigiastre, sprovvisti d’ogni qualsiasi carattere architettonico, e i ceppi delle viti, i boschetti d’edera, i rami dei rosai che venendo dall’interno dei giardini e slanciandosi sopra la cresta dei muri s’inchinano verso il viandante quasi ad augurargli il benvenuto. Tale vegetazione vigorosa e variata meglio che lussureggiante contrasta collo stesso suolo così sassoso in apparenza, e la sorpresa annienta il piacere.

Le siepi di rose canine che germogliano ovunque trovino un palmo di terra e un raggio di sole conferiscono inoltre al paesaggio un’infinita attrazione: l’aria n’è imbalsamata; l’occhio non si stanca mai di guardare. Presso alla Villa Aurora delle Quercie, appartenente come tante altre al conte Bourturlin, una cancellata moderna sostituita al muro di cinta permette d’ intravvedere gli splendori dei giardini metà italiani, metà inglesi, ove l’ orticultura dei due paesi esaurisce ogni sua risorsa. Un po’ più in su la strada vecchia raggiunge la nuova dalle maestose ed ampie salite piene d’aria e di luce.
[…]

 

( Eugenio Müntz, brano tratto da “Firenze e la Toscana”, Fratelli Treves Editori, 1899 )

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