Eugenio Müntz, Firenze – Passeggiata verso il convento di Monte Oliveto


Firenze - Convento di Monte Oliveto
Firenze – Convento di Monte Oliveto – immagine tratta da “Firenze e la Toscana” di Eugenio Müntz, Fratelli Treves Editori, 1899

La visita al convento di Monte Oliveto ci attrae verso il luogo in cui il fiume esce da Firenze per dirigersi verso Pisa. Una vettura ci trasporta in pochi minuti alla porta San Frediano , da cui continueremo la nostra gita a piedi. Malgrado la sua altezza straordinaria, questa porta non ha nulla di monumentale; il suo ornamento principale è un giglio fiorentino in marmo.

Ma il via vai dei cittadini e dei campagnuoli, le discussioni degl’impiegati del dazio coi conduttori di carretti tirati da muli, dai finimenti di rame, dalle bardature variopinte, formano un quadro animatissimo. Quei rispettabili funzionari dimostrano un estremo rigore, cacciano senza misericordia la loro bacchettina in tutti i pacchi, in tutti i cesti e le bisaccie; i proprietari s’irritano e protestano, ma a nulla giovano i loro lamenti! Indi sorgono interminabili litigi sull’applicazione di questa o quella tariffa; tutti quei rustici ricorrono alle risorse della loro dialettica; il fisco è irremovibile come la legge: “Dura lex, sed lex”.

Firenze - Porta San Frediano
Firenze – Porta San Frediano – immagine tratta da “Firenze e la Toscana” di Eugenio Müntz, Fratelli Treves Editori, 1899

La porta mette sulla Via Pisana, attraversata da un tram a vapore, e tosto comincia il sobborgo. Ai palazzi imponenti e maestosi che sorgono nell’interno della città, succedono degli edifizi piccoli e meschini ; i negozi eleganti, i caffè tutti a specchi e dorature cedono il posto a botteghe di fabbri, di falegnami, di sellai, a trattorie di ventesimo ordine; una specie di lava d’asfalto fa le veci del lastricato. In tempi normali uno strato uniforme di polvere completerebbe la fisonomia, molto fiorentina, della Via Pisana; nell’ora presente cade una pioggia torrenziale.

Le prime gocce cominciarono quando non avevo ancora passato il sobborgo; e in pochi minuti l’acqua venne con tanta forza da trasformare il suolo in un vero pantano ; il paesaggio quasi per incanto si trova avvolto come in un fitto velo, che non lascia più scorgere nè alberi, nè case, nè montagne. Per fortuna un portone mi offre un momentaneo asilo, da cui posso a mio agio, come il savio di Lucrezio, contemplare il furore degli elementi scatenati. Però dal di fuori giungono sino a me delle voci giulive e festose; una schiera di monelli d’ambo i sessi, ammollati sino alle ossa, ed inzaccherati sin sui capelli, arrivano di corsa; entrano un istante, ridono nello scorgere i loro zoccoli e le scarpe gocciolanti come grondaie, si spruzzano scambievolmente, mandando grida di gioia, e al primo momento di tregua scappano come sono venuti.

Io non tardo a seguire il loro esempio, e mi rimetto in cammino tanto più coraggiosamente in quanto che il convento di Monte Oliveto sorge dirimpetto a me, sopra una collina non molto alta e che spero di raggiungere prima che si riaprano le cateratte del cielo.
Secondo la Guida bisogna appoggiare a sinistra, ma io costeggio l’immenso parco della Villa Strozzi, senza trovare un’ uscita. Finalmente giungo al villaggio di Monticelli, ove una chiesa che sorge accanto ad un convento mi fa sostare. Continuando s’incontra tosto l’ ingresso, veramente grandioso, della Villa Strozzi, il cui parco copre quasi tutta la collina. Più innanzi s’apre la Via di San Vito, che conduce in aperta campagna, fra due siepi di caprifoglio e di more selvatiche.
Capisco d’ aver sbagliato strada e devo tornarmene indietro; costeggio un’altra volta il parco degli Strozzi, e finisco col raggiungere la Via di Monte Oliveto per San Sisto, che la pioggia torrenziale m’aveva impedito di scorgere. Benedetto errore! S’io mi fossi trovato fra quelle mura altissime che circondano questa strada irregolare e dirupata, avrei invano cercato un rifugio contro il temporale.
Il convento, invece di occupare la sommità della collina, sorge sopra un fianco di essa, sotto ad un boschetto di cipressi, come a Monte Oliveto Maggiore, la casa madre da cui esso dipende.

[…]

( Eugenio Müntz, brano tratto da “Firenze e la Toscana”, Fratelli Treves Editori, 1899 )