Eugenio Müntz, Escursione a Vallombrosa – Villa Melossa e Tosi


Il molino di Tosi
Il molino di Tosi – immagine tratta da “Firenze e la Toscana” di Eugenio Müntz, Fratelli Treves Editori, 1899

Il panorama muta ora ogni cento passi ; lo si direbbe un immenso caleidoscopio.

La villa Melossa, fiancheggiata da due grandi torri, è simile ad una cittadella; roccie a picco, gruppi di quercie, ciliegi, fichi, il cui fogliame brilla ancora col più vivo splendore, sebbene si sia già in settembre, sfilano alternativamente innanzi a noi. Poscia ad un tratto vediamo formarsi un burrone, alla nostra destra, quasi a picco sotto di noi, fra la montagna sul cui versante camminiamo, e la montagna dirimpetto ; una leggiera nebbiolina ne cela il fondo. Un torrente, che traccia il suo solco azzurrino fra gli alberi secolari, vi si precipita con fracasso. L’effetto è imponente; ma confesso che una specie di vertigine m’impedisce d’ammirare quel bell’orrido ; malgrado le mie raccomandazioni, il mio cocchiere lancia il cavallo al galoppo sullo stretto e sinuoso pendìo che costeggia l’abisso ; un passo falso, e si precipiterebbe da un’altezza di parecchie centinaia di metri.

A misura che discendiamo, il contrasto cresce sopra di noi: una brulla montagna, coperta di formidabili macigni, di sotto, il torrente, di cui ora intravvedo il fondo, colle sue limpide acque scorrenti sopra un letto di rocce muscose; le stesse acque, che pochi chilometri più innanzi formano il torrente Vicano, uno degli affluenti dell’ Arno.

Ancora qualche passo e giungiamo al mulino Tosi , situato al punto d’intersecazione dei due monti. Un ponte di pietra gettato sul burrone mette sul versante opposto, coperto d’una lussureggiante vegetazione, le più belle foreste di castagni che si possano immaginare; nel mezzo della Toscana, più severa che ridente, colla sua vegetazione grigia e tetra, la sua mancanza di spontaneità e di freschezza, pare quasi un mondo novello; non ci si stanca mai d’ammirare quelle verdi e vellutate praterie, che di tanto in tanto lasciano apparire dei tratti di terreno colorato in rosso dagli ossidi di ferro; i castagni, alla lor volta, dalle foglie appuntite, d’un verde dolce e brillante, co’ rami vigorosi ma slanciati, lasciano libero passaggio al sole, i cui raggi cadendo sul terreno lottano perennemente colle sorgenti che gorgogliano in ogni angolo.

A Tosi, piccolo villaggio che comprende una quindicina di case ed una chiesa in miniatura, il nostro cavallo, che è ora tutto luccicante di sudore, s’avvia sulla strada, molto buona, ma molto erta, recentemente aperta sino a Vallombrosa.

D’ora innanzi non lasceremo più la foresta. Sono sempre i medesimi gruppi di castagni, in mezzo a cui le eriche cominciano a fare la loro comparsa; scorgo pure delle siepi di cinorrodonti, colle bacche d’un rosso brillante; poi vengono le campanule, le felci, fiori gialli di cui non saprei precisare il genere. Si continua a salire ; ad una, radura, che ci consente di vedere nel piano Pontassieve ed i suoi due fiumi, succede, presso ad un ponte gettato sopra un torrente, una piantagione metà di castagni e metà d’abeti; poi ad un tratto spariscono i castagni, e ci troviamo nel centro d’una foresta nera, fredda ed umida; vediamo migliaia e migliaia di abeti, dal tronco nudo e diritto, ora nero ed ora bianco, dal fitto fogliame, che si stringono gli uni presso agli altri, quasi per impedire al viaggiatore di progredire.

Il contrasto colpisce vivamente. Visti dall’alto i boschi di castagni, così ridenti ed ospitali, che abbiamo testè attraversato, sembrano formare un tetto di fronde impermeabili ai raggi del sole. Ma penetrate là sotto; vedrete che l’aria e la luce non vi mancano. Gli abeti invece tolgono completamente la vista del cielo, ed è già molto se fra le loro file serrate c’è lo spazio per qualche po’ di miserabile erbetta. Si prova una sensazione di freddo, ed un certo malessere, in mezzo a quella “Selva oscura” che simile a quella descritta da Dante limita la vista da ogni lato, e nasconde persino la vòlta del cielo.

Un episodio, in cui trionfa il mio amor proprio, dà per un istante un altro corso alle mie impressioni : mentre il nostro cavallo continua a salire allegramente, un giovane inglese e la sua compagna sono costretti, per lasciar riposare il loro ronzino, a camminare accanto alla pesante vettura colla quale vennero da Firenze; fanno la metà dell’ ascensione a piedi !

Finalmente tocchiamo ad una radura; l’ombra si fa meno densa, l’atmosfera più tiepida, e senza arrivare ancora sino a noi, qualche raggio di sole comincia a penetrare fra gli abeti diritti e riuniti insieme come un fascio di giunchi. Il cocchiere annuncia che tocchiamo al termine del nostro viaggio. Allora io guardo il cavallo : la sua pelle da lucida è divenuta fumante ; infatti da un paio d’ore quella povera bestia può dire d’aver faticato sul serio.

[…]

 

( Eugenio Müntz, brano tratto da “Firenze e la Toscana”, Fratelli Treves Editori, 1899 )

 

 

 

 

 

One Comment Add yours

  1. fulvialuna1 scrive:

    Credo che viaggiare oggi tra i luoghi descritti sia meraviglioso, ma farlo in epoche del passato, dovele strade erano pressochè inesistenti o quanto meno non asfaltare, dove i territori non erano ancora sfruttati, avrà avuto i suoi disagi, ma un grande fascino, irripetibile.

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