Eugenio Müntz, Escursione a Vallombrosa – Arrivo al Convento


Il Paradisino di Vallombrosa
Il Paradisino di Vallombrosa – immagine tratta da “Firenze e la Toscana” di Eugenio Müntz, Fratelli Treves Editori, 1899

L’etimologia di Vallombrosa è fatta appositamente per confondere. Cosa vuol dire questo nome di valle ombrosa , quando invece trattasi d’una montagna alla quale, in vero, la vicinanza degli abeti assicura abbastanza ombra? Un colpo d’occhio sulla radura che si presenta improvvisamente innanzi a noi, e in fondo a cui s’innalzano delle vaste costruzioni dipinte in rosa, basta a convincere il visitatore dell’inanità del suo ragionamento.

Noi siamo veramente in una valle; le colline che abbiamo salite, sono un nulla in confronto di quelle che dominano il santuario; questo è situato a poco più di 900 metri d’altezza, mentre il Prato Magno, che proietta su di esso la sua ombra gigantesca, ne misura circa 1460.

Il quadro che si stende dinanzi a noi è nello stesso tempo ridente e maestoso; fa pensare a certe sinfonie di Beethoven, in cui uno scherzo d’una serenità e d’una grazia squisita si trova come circondato dagli accordi gravi e sublimi dell’adagio e del finale.

Da tutti i lati scendono monti neri coperti di abeti con erto pendio, sino alla stretta valle, dalle acque fredde, e dai prati verdeggianti, su cui pascola tranquillamente un gregge di pecore. A sinistra una gigantesca roccia spicca sul fondo nero della montagna, quasi un’eterna minaccia sospesa sul convento: è il Paradisino colla sua Casina rosa, che ripete in piccolo la nota data dalla costruzione che trovammo più in basso.

Intanto il veicolo, attraverso una bella via ombreggiata da cipressi e da tigli, si dirige verso l’albergo, alla Croce di Savoja; il cocchiere stacca il cavallo, mentre io mi metto alla ricerca d’ un asciolvere, faticosamente guadagnato. Il direttore dell’albergo m’introduce, con mia grande sorpresa, in una bella sala da pranzo, in fondo alla quale scorgo un salottino provvisto d’un piano a coda: mi avvicino, e sulle tavole e sui divani trovo dei volumi scompagnati di Tauchnitz, dei ninnoli, il catalogo del Club Alpino, e che so io. Per dare una chiara idea ai miei lettori del comfort che regna in questo stabilimento, basterà ch’io dica come in tutte le sale ed in tutte le stanze si trovano i campanelli elettrici.

I miei ospiti mi comunicano che in questi ultimi anni Vallombrosa divenne uno dei più frequentati luoghi di villeggiatura. L’antica foresteria del convento essendo divenuta insufficiente per tutti gli stranieri che ivi accorrevano, fu duopo ingrandirla ; l’ albergo della Croce di Savoja comprende oggi tre corpi di fabbrica. Se in quel momento tutti gli ospiti erano ritornati alle proprie case, ed io mi trovo in sala da pranzo solo, colla giovane coppia inglese, durante la bella stagione il numero dei forestieri fu tale che non fu possibile alloggiarli tutti.

Certo, quando san Giovanni Gualberto si ritirò, otto secoli or sono, nella solitudine di Vallombrosa o d’ Acquabella, come la si chiamava allora, per farvi penitenza, era ben lungi dal supporre che quel luogo così selvaggio, quel clima così incostante, attirerebbero un giorno i favoriti dalla fortuna; che questa valle stretta, perduta fra gli Appennini, diverrebbe il ritrovo degli stranieri di tutti i paesi d’Europa. S’egli lasciò il convento di San Miniato, ciò fu perchè la regola era troppo mite, la vita troppo facile, i costumi troppo corrotti; a Vallombrosa, pensava, la stessa natura imporrebbe l’ascetismo, ed infatti, sotto questo riguardo, il luogo non ha nulla da invidiare a Monte Oliveto Maggiore, alla Verna, a Camaldoli.

Dal XV secolo l’Ordine non s’attenne più tanto strettamente al rigore imposto dal suo fondatore. Senza coltivare essi stessi le arti, i religiosi di Vallombrosa ci tennero molto ad incoraggiarle: è per essi che il Perugino eseguì l’Assunzione, esposta oggi all’Accademia di belle arti in Firenze, ove fu trasportata nel 1810, dopo la prima soppressione del convento. Fu pure per essi eh’ egli dipinse i due splendidi ritratti di monaci, della stessa collezione, spesso attribuiti a Raffaello. Nel XVII e nel XVIII secolo specialmente, innumerevoli abbellimenti, di carattere qualche volta abbastanza profano (rammentiamo la decorazione della Badia di Ripoli), poterono far credere che l’abisso fra gli Ordini religiosi e la società contemporanea fosse poco per volta sparito.

Non era così: si citano i monaci di Vallombrosa come quelli che presero parte, durante la Rivoluzione , assieme a quelli di Camaldoli e della Verna , all’ insurrezione d’Arezzo, che costrinse la truppa francese ad abbandonare la Toscana momentaneamente.

Non restava più nulla di quelle passioni politiche quando Lamartine visitò l’antico convento di San Giovanni Gualberto, imitando gli ospiti illustri che lo avevano preceduto in quella splendida solitudine, — Dante, Boccaccio, Michelangelo. — Non dimentichiamo di ricordare l’Ariosto, che cantò Vallombrosa nei suoi celebri versi; Benvenuto Cellini, che nel 1554 vi fece un pellegrinaggio; e Milton che lo nominò nel suo Paradiso perduto.

[…]

 

( Eugenio Müntz, brano tratto da “Firenze e la Toscana”, Fratelli Treves Editori, 1899 )

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