Eugenio Müntz, Firenze – Il Battistero – L’interno


Firenze - Battistero - immagine tratta da “Firenze” di Nello Tachiani, Istituto Italiano d'Arti Grafiche
Firenze – Battistero – immagine tratta da “Firenze” di Nello Tachiani, Istituto Italiano d’Arti Grafiche

Prima di penetrare nell’interno del santuario, vogliamo nominare ancora le due magnifiche colonne antiche di porfido, che sorgono accanto alla Porta del Paradiso: hanno la loro istoria, molto simile ad una leggenda. Nel 1117, i Pisani, per ricompensare i loro vicini della loro neutralità durante una delle loro spedizioni marittime, offrirono loro due porte in bronzo provenienti dal bottino, o due colonne di porfido; i Fiorentini scelsero le colonne da cui il proverbio: “Ciechi i Fiorentini, traditori i Pisani”.   Secondo un’altra versione, queste colonne avrebbero avuto in origine il privilegio di mostrare ad ogni persona derubata l’immagine del ladro, ma i Pisani, al momento di consegnarle ai loro vicini, avrebbero privati tali talismani della loro virtù.

Nell’interno, ogni lato dell’ottagono è sostenuto al basso da due pilastri scanalati e due colonne, fra le quali si trova una porta od un altare ; tali colonne , le une scanalate, le altre liscie, sono composte di magnifici monoliti, terminati da un capitello dorato (non è impossibile che provengano da un tempio antico). Sopra il primo piano si stende un fregio in musaico, a cui succede una galleria bilobata, con finestre a vetri bianchi, ed incrostata essa pure in musaico, appunto come la cupola.

Un lucernario, che non lascia penetrare nel santuario che una luce molto scarsa, accresce la solennità dell’ambiente. Osserviamo che non vi fu stabilito che nel 1550; sino allora, come nel Pantheon di Roma, l’apertura circolare praticata nella cupola era aperta.

Sebbene la ragione d’essere di Firenze consista nella luce e nella logica, sprofondiamoci per un istante nei misteri del medio evo; interniamoci in quei secoli foschi ed oscuri, la cui parte non fu assolutamente negativa, poiché è da questo sforzo lungo e doloroso, da questi confusi avvicinamenti, da questi incrociamenti di razze e di civiltà, che ebbe origine la nostra moderna società.

Nessun monumento di Firenze personifica meglio tale mescolanza quanto i musaici che ricoprono la tribuna, le gallerie e la cupola del Battistero e che rappresentano il Giudizio universale, la Genesi, dalla creazione dell’ uomo sino al diluvio, la Storia di Giuseppe, di Cristo e di San Giovanni Battista.

Le sculture che ornano l’interno del Battistero, dal sarcofago antico, con figure di donne e di genii. che accolse nel 1230 le ossa del vescovo Giovanni di Velletri, sino ai fonti battesimali, scolpiti da un artista della Scuola di Pisa, oppure il San Giovanni che sale al cielo, scolpito nel 1732 dal Ticciati, coi tratti dello stile barocco, potranno, senza nessun detrimento per la storia dell’arte, venir definiti con una sola frase.

All’incontro il mausoleo dell’ex-papa Giovanni XXIII (Baldassare Coscia di Napoli, eletto nel 1410. dimesso nel 1415, morto nel 1419) ci mette per la prima volta, nel corso di tali esplorazioni, innanzi a quel glorioso innovatore che si chiama Donatello.

Mentre Ghiberti concentrò tutti i suoi sforzi sulle due porte che poi gli procacciarono l’immortalità, Donatello prodigò i suoi in venti parti, quasi desideroso che nessuno dei monumenti della sua città natale rimanesse privo del suo concorso. Nell’attesa di ritrovarlo nel campanile del Duomo e nel Duomo stesso, nel palazzo dei Medici e nella chiesa San Lorenzo, a Or San Michele e nella Loggia dell’ Orcagna, a Santa Croce e al Museo nazionale, ricordiamo qui , per non doverli più ripetere, i periodi principali di quest’esistenza d’una straordinaria fecondità.

Considerata nel suo complesso, la vita artistica del Donatello (1386-1466) può dividersi in tre periodi distinti : il primo, in cui la vince il naturalismo, si stende sino al 1425 circa, il secondo, durante il quale il naturalismo lotta coll’imitazione dei modelli antichi, sino a circa il 1445. Il terzo, durante il quale i ricordi classici trionfano sul naturalismo, sino alla morte dell’artista. E al secondo periodo, distinto dall’associazione di Donatello coll’ abile architetto scultore Michelozzo, che appartiene il mausoleo di Giovanni XXIII.

Un’altra scultura, la statua in legno di santa Maria Maddalena, ci mostra Donatello che tenta il campo dell’ ascetismo verso cui si sentiva sì sovente trascinato: la Santa, magra, scapigliata, forma il degno riscontro a san Giovanni Battista che digiuna nel deserto, o a san Gerolamo che prega nella sua cella. Se la foga che trasporta e riscalda le sue minime opere ci impedisce di classificare Donatello fra i realisti di professione, viceversa è più che certo che il potente artista fiorentino ricercava con avidità tutte le occasioni di rappresentare delle figure di carattere: faccie  magre, o maschere inebetite, barbe incolte e torsi ischeletriti.

[…]

 

( Eugenio Müntz, brano tratto da “Firenze e la Toscana”, Fratelli Treves Editori, 1899 )

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