Renato Fucini, L’eredità di Vermutte -2/6


Pieve a Fosciana - Calesse - foto tratta dal libro Come eravamo - Lucca - Edizioni Il Tirreno
Pieve a Fosciana – Calesse – foto tratta dal libro Come eravamo – Lucca – Edizioni Il Tirreno

[…]
Quella sera teneva cattedra Pippo del Mugelli.

— Di questa scenetta, per esempio — diceva Pippo — fui parte e testimone l’altro giorno quando andai da Beppe di padule per quel fieno delle forniture. Era tanto che non mi era mosso per una passeggiata un po’ lunga, che mi venne voglia di farmela gamba gamba passando dalla scorciatoia delle Fornaci, che era quasi nuova per me e decantata da tutti come tanto bella. Arrivato a un borghetto di tre o quattro case, trovai un vetturale che attaccava, e che subito mi domandò se volevo imbarcare con lui.

— Dove vai?
— Vado in padule — mi rispose — a ripigliare due signori che ci ho portato stamani. O lei?
— Vado per quelle parti anch’io.
— Allora — dice lui — monti su; mi dà da fumare un sigaro, e ce lo meno io.

Guardando gli arcioni tricuspidali della sua povera brenna arrembata, e quella carega di bàgherre sfasciato, con un mantice che pareva un centopelle, mi sentii la voglia di continuare a piedi, ma…. montiamo !

In tempo che finiva di attaccare, mi raccontò un monte di miserie della sua famiglia e del mestiere che non andava più come una volta; mi disse che lui si chiamava Vermutte, e volle sapere come mi chiamavo io, da qual paese venivo e che cosa andavo a fare in padule. Quando ebbe saputo tutto, parve soddisfatto e, siccome nell’armeggiare intorno ai finimenti, s’imbrogliava spesso e doveva rifare il lavoro, ora per allungare una tirella e ora perchè non avea passato una guida dagli anelli del sellino, mi chiese scusa se mi faceva tanto aspettare, e mi disse che lo compatissi fioichè quella sera aveva tanti pensieri per la testa da levarlo di sentimento. Aveva infatti l’aspetto d’uomo molto impensierito e non fece più parole dopo soddisfatta la prima curiosità. Appena tutto fu all’ordine, saltò brusco a cassetta e, giù! frustate da orbi alla sua ossuta carogna. La via che si doveva percorrere era un continuo succedersi di brevi spianate, di ripide salite e di scese maledette. Per Vermutte era tutta pari. Pizzicotti da levare il pelo e via!

— Ah, no! caro Vermutte; quest’affare mi garba poco. Alle salite devi rispettare il cavallo; alle scese, la nostra pelle. Se vuoi trottare alla piana solamente, va bene; se no, scendo e me la faccio a piedi come avevo ideato.

Vermutte rimase mortificato, si voltò verso di me dal seggiolino e, in aria compunta e con un gesto di desolazione, mi disse:
— Lo crede, signor Filippo? stasera non so quello che mi fo.
— Che t’è accaduto?
— Lo conosceva lei il sor Augusto?
— Chi Augusto?
— Il sor Augusto!… il Fronzoni!… quello di que’ be’ cavalli…. che ha quella bella villa, con quel bel viale che c’è quella bella torre con quella bella pineta….
— Fronzoni…. Fronzoni…. Ah! ho capito. Ebbe’?
— È morto stamattina alle sei!
— Pace all’anima sua.
— …. e stasera, dice…. dianzi è arrivato il notaio…. dice che stasera apriranno il testamento.
— Va benissimo. Ma che hai tu a che fare col notaio, col testamento e col Fronzoni?
— Sono un su’ parente lontano, perchè….
— Eh, eh! Tanto faremo che c’intenderemo !….
— …. perchè…. capisce? una zia della su’ sorella bon’anima, quella tanto ricca che lasciò ogni cosa a lui, sposò un cugino d’una nipote del fratello di Gianni di Boldrino che è cognato….
 

[…]

 

( Renato Fucini, L’eredità di Vermutte, tratto da “All’aria aperta”, 1897 )

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