Eugenio Müntz, Firenze – Santa Croce: la Cappella dei Pazzi


Firenze - Santa Croce - La Cappella dei Pazzi
Firenze – Santa Croce – La Cappella dei Pazzi – immagine tratta da “Firenze e la Toscana” di E.Muntz – 1899 – Fratelli Treves Editori

Le dipendenze di Santa Croce, la sacristia. la cappella dei Medici, quella dei Rinuccini, il chiostro, la cappella dei Pazzi, non sono meno ricche d’opere d’arte dello stesso santuario; terre cotte dei Della Robbia, cancelli di ferro lavorato, con incorniciature a traforo composte di fogliame, eleganti intarsi in legno, pitture della Scuola di Giotto vi si succedono senz’ interruzione.

Il chiostro, col suo prato smaltato di fiorellini, e i suoi cipressi nani tagliati a cespugli, mette una nota d’una deliziosa freschezza in mezzo a tanti ricordi del passato, a tanti sublimi concezioni.

In fondo al chiostro sorge un edificio, che non è soltanto il capolavoro d’un grande artista, ma che forma nello stesso tempo una data nella storia dell’arte; è là, in quella celebre cappella dei Pazzi, che Brunellesco ha messe in atto tutta la nobiltà delle linee e la ricchezza d’ornamentazione di cui avea rubato il secreto agli antichi Romani.

Si credette a lungo che la cappella dei Pazzi fosse stata cominciata nel 1420, il che avrebbe .aumentato ancora il merito di Brunellesco ; ma risulta dalle ricerche di Fabriczy che il principio dei lavori cade nel 1429 o 1430; se l’opera materiale era finita nel 1442, la decorazione non fu intrapresa che negli anni seguenti, principalmente sotto la direzione di Giuliano da Majano; verso il 1469 soltanto quel gioiello d’architettura del Primo Rinascimento potè essere compiuto per l’ammirazione del mondo artistico.

Tutto vi ricorda l’antico, e nulla il medio evo; si direbbe che Brunelleseo abbia voluto farvi “tabula rasa” di tutte le tradizioni legategli dai suoi immediati predecessori.

Il bel porticato, colle colonne monoliti (forse ancora un po’ esili), in “pietra di macigno”, i suoi cassettoni a rosoni, il fregio coi cherubini (scolpiti, dicesi, da Donatello), i pilastri, gli ovoli, tutto ciò figurerebbe benissimo a Roma, presso alle più ricche e più pure creazioni dell’epoca dei Cesari. La cupola invece, d’un garbo semplice ed elegante, ci riporta ai modelli lasciatici dal Basso Impero.

L’interno, di ampie proporzioni, con decorazione sobria anziché ricca, ha per ornamento principale i medaglioni di terra cotta smaltata della cupola — gli Evangelisti — di Luca della Robbia. Sono figure austere, solenni, raccolte, quasi bizantine per la gravità dell’espressione e dell’atteggiamento. Si intuisce un’ispirazione sostenuta, un vero temperamento di scultore, un’idea forte e generosa che svolge senza sforzo il tema determinato. L’artista non arretrò dinanzi agli atteggiamenti più difficili, come quello di san Matteo, seduto, con un piede nudo posato sul suolo, l’altro di sotto, colla pianta rivolta verso lo spettatore.

 

( Eugenio Müntz, brano tratto da “Firenze e la Toscana”, Fratelli Treves Editori, 1899 )

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