Renato Fucini, Scampagnata – 2


Giorno di festa a Castiglione Garfagnana - Foto tratta da Come eravamo - Lucca - Edito Il Tirreno

[…]  Appena sonato il campanello, un giovanotto in maniche di camicia e col grembiule bianco tirato su e fermato alla cinghia dei calzoni, mi venne ad aprire sorridendo.
«C’è il signor Cosimo ?»
«Eh! sissignore. Passi, passi. Lei è quel signore di Firenze che ieri mandò a dire che facilmente sarebbe venuto, eh ?»
«Sì.»
«E allora venga, venga. M’ha detto il padrone che lo faccia passare nel salotto bono, e ora vien subito anche lui. Bravo signore ! Ha fatto bene, sa, a venire. Era tanto che lo dicevano e che l’aspettavano !  Stanno tutti bene a Firenze ? Guardi: passi qui dentro e s’accomodi. Con permesso.»
«Andate, andate, giovanotto.»

Mi misi a sedere, sotto la finestra, sfogliando un vecchio album di fotografie, e intanto potei accorgermi che il mio arrivo aveva destato, davvero, rumore, perché si sentiva su, al primo piano, un gran sbatacchio d’usci e un gran vai vieni di piedi calzati e scalzi pei quali cascava giù dal palco una pioggiolina fitta di bianco d’intonaco, e i vetri della finestra e la campana d’un Gesù bambino di cera, che si vedeva sulla cantoniera, trillavano come se desse il terremoto. Dopo qualche minuto sentii raspare alla porta, poi una gran pedata; s’apre ed entra un bambino di circa sei anni, con una mela in mano mezza rosicata, che si mette a guardarmi e con aria dispettosa mi domanda:
«O che è vostro cotesto libro ?  L’avete a posare, se no lo dico allo zi’ prete».
Io poso l’album e lui séguita a guardarmi in cagnesco.
«Che siete quel forestiero che doveva venire ?».
«Sì, piccirillo.» Affettando dolcezza per ammansirlo, stesi la mano per prendergli il ganascino. Lui si tirò indietro due passi, e mi accennò di tirarmi la mela nel viso.
«V’avete a fermare colle mani, v’avete ! O che ci siete venuto a fare quassù ?»
Mi seccava e non risposi.
«Sìe, sìe, tanto lo so, ‘un pensate, che ve l’aveva detto mi’ padre; ma mi’ madre nun voleva perché gli è toccato ammazzare tutti que’ polli che li pela ora Gostino. Ma stasera ve n’andate ?… Nun mi volete rispondere ? Ma intanto ci ho gusto, sì; perché quando mi’ madre v’ha visto per la strada v’ha mandato tanti accidenti…»

La porta si spalancò e comparve in ciabatte la mole magnifica del signor Cosimo, il quale cordialmente sorridendo mi buttò le sue manone sulle spalle, dicendomi tre volte:
«Bravo, bravo, bravo !».
Poi, voltosi al ragazzo:
«E lei che ci fa qui ?».
«Cosa mi pare.»

Con uno scapaccione lo mise fuori dell’uscio e m’invitò a sedere. Mi dettero subito nell’occhio le frittelle d’unto e le sgocciolature di vino e di caffè che il sor Cosimo aveva sui calzoni e sulla camicia. E, per dire il vero, provai un senso spiacevole come di poco riguardo verso di me; ma fui subito tranquillizzato dalle scuse che mi fece d’essersi fatto aspettare perché era andato su in camera a ripulirsi un poco.
«Oh ! ma le pare… Dio mio ! signor Cosimo !»
«O bravo, bravo, bravo ! Ma che stagione, eh ? Senta, lei deve aver bisogno di rinfrescarsi… Gostinooo ! Che ne dicono, che ne dicono a Firenze di questa sementa ?… Bravo, bravo, bravo ! Lei s’è degnato e ci ha fatto veramente un regalo.»
«Comandi, signor padrone ?»
«Andate su, Gostino, fatevi dare dalla padrona le chiavi della credenza e portate da rinfrescarsi a questo signore.» E al bambino che era ritornato dietro al servitore: «E lei vada subito a lavarsi il muso e si pulisca il naso, porco !». E con un altro scapaccione lo rimise fuor dell’uscio.
«E di frutte, caro lei, anche quest’anno, nulla !»
«Ah !»
«Eh ! che vòl che gli dica ? Da tre anni si vede che c’è entrata la malìa. Si figuri che prima ne rimettevo anche quattrocento libbre da parte, e ora… quando cinquanta, quando sessanta sì e no… Ma poi che roba ! imbacan tutte ! Scusi, venga con me in granaio… Ma, no… Sento il mi’ fratello che scende: s’aspetterà lui.»
«Aspettiamo lui.»
«È un bell’originale, sa ?… un brontolone !… Ma poi in fondo è bono, veh ! L’altro giorno, per esempio, vede ? lui soffre tanto di mal di stomaco e, con rispetto, d’un vespaio che ha qui…»

Gli anticipati della presentazione furono interrotti perché entrò nella stanza don Paolo, facendo una profonda riverenza. M’alzai per andargli incontro, ma:
«Non permetto; stia comodo, signore. Se non gli dispiace, tengo in capo perché è la mia abitudine. S’accomodi, s’accomodi pure».  […]

 

(Renato Fucini, brano tratto da “Scampagnata”, in “Le veglie di Neri: paesi e figure della campagna Toscana”, 1882)

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