Renato Fucini, Scampagnata – 13


Altopascio - 1920 - Foto tratta da Come eravamo - Lucca - Edito Il Tirreno
1920 – Foto tratta da “Come eravamo – Lucca” – Edito Il Tirreno

[…]   Il signor Cosimo si allontanò dicendomi che tornava subito. La signora Flavia corse dietro a Gostino che era venuto a chiederle le chiavi della legnaia; il ragazzo s’era addormentato attraverso a due seggiole, e anche la signora Olimpia mi lasciò frettolosamente, dicendomi che una forte necessità la costringeva ad allontanarsi.

Ma io non connettevo quasi più.  Gonfio come un rospo e con un cerchio di ferro alla testa, accesi un sigaro, allungai le gambe sotto la tavola, e mi lasciai andare col capo all’indietro sulla spalliera della seggiola, dove avrei schiacciato tanto volentieri un pisolino, perché proprio ero fatto. Quando sentii una gran strappata al campanello che avevo suonato io la mattina arrivando, e i miei ospiti, meno don Paolo, tornarono di corsa nella stanza, annunziandomi che c’era que’ signori al cancello dell’orto e che bisognava andargli incontro.

«Vengo, vengo subito», dissi quasi in sogno; e mi mossi automaticamente dietro a’ miei ospiti. Gostino s’avviò di corsa ad aprire, e vidi venire avanti, su pel viale, un gruppo sciamannato di cinque persone, tre preti e due secolari rossi come gallinacci, che urlavano e smanacciavano gesticolando come anime dannate, mentre una turba di ragazzi e di contadini erano rimasti di fuori, parte arrampicandosi sul cancello e parte col capo tra i ferri, a guardare a bocca aperta quello che si faceva dentro.

Il sor Cosimo mi prese per un braccio, e portandomi avanti, mi presentò al Proposto delle Sièpole, poi al suo Cappellano e al Piovano del luogo, e da ultimo all’assessore Stelloni e al Segretario comunale.

Fummo subito condotti sotto la pergola dove i contadini avevan disposto delle sedie intorno a una tavola di pietra, e dopo poco arrivò Gostino, colle maniche rimboccate perché aveva principiato a rigovernare, a portarci il caffè. Pareva che la conversazione avesse dovuto continuare animatissima; ma invece si raffreddò per una certa soggezione credo, che io forestiero davo a’ quei signori; e fu uno stento di domande brevi e di risposte a monosillabi, finché il Segretario non entrò negli affari del Comune.

Prima un po’ di maldicenza, eppoi tirò fuori due fogli da far firmare al sor Cosimo, il quale chiese subito a Gostino il calamaio. Firmò mettendosi gravemente gli occhiali, e dopo rimase qualche momento a guardare di traverso la propria firma con quell’aria dell’uomo soddisfatto che dice a chi lo  sta a vedere «Ma che ne sistemo uno, io, degli affari in capo all’anno!?».
«E il vaiolo, Stelloni?»
«Pare che si promulghi sempre di più, caro signor Cosimo. E, quel che è peggio, si fa maligno », rispose lo Stelloni, tirando in su col naso e accavallando le gambe. E qui il colloquio cominciò a farsi animato. E quasi che lo Stelloni con quel «promulghi» avesse gettato la prima pietra d’un grande edifizio, il Proposto delle Sièpole cominciò a parlare de’ suoi fiori estatici, che lui li aveva già messi in casa per paura delle brinate.

Il suo Cappellano mi  disse che lui non era agrario, perché limoni nell’orto non ce n’aveva mai tenuti; e lo Stelloni mi fece anche sapere che qualche anno fa andava molto a caccia, ma ora s’era fatto astemio, un po’ perché le gambe non gli dicevano più il vero, e un po’ perché il su’ cane più bravo era rimasto alienato nella vista degli occhi, pare, dal grand’umido preso in padule.

Riguardo a scuole miste mi osservò che eran molto economiche; ma che a lui quel misticismo di maschi e di femmine tutti insieme non gli garbava né punto né poco. Il signor Cosimo poi, per non restare al disotto, deplorò di non potermi far vedere gli scherzi acquatici che aveva fatto intorno alla vasca, perché le chiavi dei macchinismi le aveva nel cassettone don Paolo.

La signora Flavia ci guardava smemorata, con gli occhi tra ‘l sonno, che spalancava tutte le volte che veniva più forte il rumore de’ cocci dalla cucina dov’era Gostino a rigovernare.

E la signora Olimpia, forse disgustata da quella conversazione indegna di lei, girellava pel giardino, accarezzando con lo sguardo i suoi fiori, finché fermatasi davanti ad una rosa d’ogni mese, tra le cui foglie due api si abbaruffavano dolcissimamente:
«Cari insetti !», esclamò

«E suggendo un breve istante
Ora questo, ora quel fiore,
Nauseata, disprezzante…
Ahi ! dicea…»

«Sempre poetessa la signora Olimpia», gridò il Proposto delle Sièpole, «sempre poetessa ! Son suoi cotesti versi, signora Olimpia, son suoi ?»
«Ora poi, Olimpia, non se n’esce, se no si fa tardi», saltò fuori il sor Cosimo. «Il sonetto del Calamai, e subito, perché quello è una bellezza…»
«È una meraviglia», osservò il Proposto. «E io, guardi, l’ho qui… l’ho tutto qui, che lo ridirei come se l’avessi davanti stampato… Non n’ho sentiti altri !

Gioisci, o giovin garzon: t’attende intanto
Il divin Paracleto…»

«Ah ! perdio !…»
«Bacco !»  […]

 

(Renato Fucini, brano tratto da “Scampagnata”, in “Le veglie di Neri: paesi e figure della campagna Toscana”, 1882)

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