Federigo Tozzi, Tre croci -5 – Capitolo 2/2


Siena - S.Domenico e Fonte Branda - Immagine tratta dal libro di Rusconi A.Jahn Siena - 1907
Siena – S.Domenico e Fonte Branda – Immagine tratta dal libro di Rusconi A.Jahn Siena – 1907

Ma tutti e due doventarono silenziosi. Soltanto dopo una mezz’ora, Giulio, che s’era seduto allo scrittoio battendo a colpi regolari le lenti su la carta sugante, disse:
– Con la cambiale d’oggi, sono cinquemila lire di più.
– A me lo dici?
– A chi devo dirlo?
– Non me ne importa. Io non voglio nemmeno sentirne parlare.
– Hai paura di guastarti il sangue?
– Giulio! Smettila! Tu sai quel che ho nel cuore. È una spina grossa come il mio pollice.
– Lo so: sarà eguale alla mia.

Allora, Niccolò divenne affettuoso; la sua voce quasi supplichevole e dolce; e sarebbe stato capace di fargli anche le moine:
– Se non ci si volesse bene tra noi, vorrei doventare una bestia… un rospo!

Giulio lo guardò con tenerezza; ma il fratello gli disse:
– Non mi guardare!
– Quelle bambine hanno bisogno di vestiti da inverno.
– Glieli farai comprare. Subito! Per loro, faccio anche a meno delle scarpe! Di tutto! Mi lascio morire di fame!

Quando aveva di questi propositi, che gli duravano poco, si drizzava con tutta la persona; mandando in fuora il petto; camminando in su e in giù per la bottega, che allora per lui pareva troppo stretta. Egli era soddisfatto di se stesso e dava occhiate di orgoglio affettuoso; ansando come se avesse dovuto difendere precipitosamente le due nipoti. Pareva che non potesse star fermo mai più.
– Per noi, quelle bambine devono esser sacre. Non è vero?
– L’ho sempre detto anch’io.
– Ma Enrico… ti pare che Enrico sia del nostro sentimento?
– Diamine!
Ma Niccolò cambiò subito discorso:
– O quando torna con le frutta?
– Sono dieci minuti soli che è andato via!
E Giulio sbirciò il suo orologio.
– Io vado a casa, e vi aspetto là tutti e due. Vieni presto!

Ma Giulio, restato solo, si mise a preparare alcune fatture da riscuotere. Mentre scriveva, entrò, come faceva tutte le mattine, venendo dall’Archivio di Stato, un giovane francese, critico d’arte, stabilitosi a Siena per studiare certi pittori del quattrocento. Era vestito sempre bene; con i baffi biondi e un bastone con il pomo d’avorio cerchiato d’oro. Aveva gli occhi turchini, e i baffi parevano un peso sul sorriso.
– Buon giorno, signor Nisard.
– Buon giorno.
– Che mi dice di nuovo?
– Ho trovato una cosa molto importante su Matteo di Giovanni. Una cosa straordinaria! Una scoperta che farà effetto! Sono molto contento!
Giulio domandò:
– Si può sapere?
– Mi servirà per il libro che sto preparando!
– Allora non voglio essere indiscreto: non voglio che me la dica.

Il libraio aveva una specie di ammirazione per tutto ciò che facevano gli altri; e aveva piacere se glie lo dicevano. Era perciò un buon amico, uno di quelli da confidenze. Gli pareva che gli altri, non compromessi come lui e i suoi fratelli, appartenessero a un mondo che per lui esisteva soltanto prima delle firme false. Ora si sentiva, sempre di più, costretto a subire anche le conseguenze morali della sua colpa. Non avrebbe ardito né meno di chiedere a un altro che gli si mostrasse pronto a stimarlo. Anzi, non voleva. Si schermiva, doventava timido; faceva in modo che gli altri non gli dessero mai nulla dei loro sentimenti; perché non voleva ingannarli.

Giudicatosi da sé, accettava soltanto la consapevolezza dei fratelli. Perciò il suo sorriso restava sempre impacciato e riservato; e quelle erano le occasioni della sua tristezza. Niccolò non voleva amicizie e lo rimproverava tutte le volte che era stato affabile con qualcuno. Gli diceva:
– Tu sai che tra noi e gli altri c’è una cosa, che nessuno ci perdonerà. Anche noi, perciò, con gli altri non dobbiamo avere tenerezze.

Giulio ascoltava il Nisard, con le mani nelle tasche della giubba, senza alzare gli occhi, come un povero riesce ad essere più contento se sta insieme qualche mezz’ora con un ricco. Non avrebbe voluto né meno che il Nisard gli desse la mano! Quel giorno il Nisard, pensando che a Siena spendevano pochi denari per comprare i libri, gli chiese per dirne male con lui:
– Va bene la bottega?
Giulio scosse la testa; e, poi, disse:
– Non so come facciamo a andare avanti!

E, allora, il piacere sentito ascoltando il Nisard, lo fece soffrire. Gli pareva una grande ingiustizia e una privazione acuta che egli non potesse come lui lavorare, senza imbarazzi, a qualche cosa. Gli venivano in mente parecchi progetti, e vi rinunciava appena li aveva pensati; sebbene, qualche volta, gliene restasse il ricordo nel suo amor proprio. Il Nisard gli disse:
– Per fortuna ella ha guadagnato in altri tempi, e ora ha i denari per vivere!
Giulio restò un poco perplesso, e poi rispose:
– Già: è una fortuna da vero! Ma io non me ne voglio preoccupare! Sarà quel che Dio vorrà.

Il Nisard, credendo che esagerasse per spilorceria e per grettezza, si mise a ridere. Giulio socchiuse gli occhi, e seguitò:
– Lei non mi crede.
– Ma, signor Giulio, vuol darmi ad intendere…
– Io non dico mai bugie; cioè, non vorrei mai dirle!

E restò soprapensiero. Il Nisard lo guardava in viso, come se avesse capito lo scherzo; e gli domandò:
– Crede che io vada a raccontarlo all’agente delle tasse, perché gliele cresca?

[…]

 

 

( Federigo Tozzi, Tre croci – 1920 )

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