Federigo Tozzi, Tre croci -12 – Capitolo 4/3


Siena - Cattedrale vista da San Domenico
Siena – Cattedrale vista da San Domenico – immagine tratta dal libro di Rusconi A.Jahn “Siena” – 1907

Quando tornarono alla libreria, Giulio non ne poteva più. E il cavaliere disse a Niccolò:
– Abbiamo fatto una magnifica passeggiata. Lo domandi a suo fratello.
– Lo credo; se me lo dice lei!
– Ma ne faremo, presto, un’altra! E verrà lei con me, Niccolò!
– Io a piedi non posso camminare.
– E perché? Se cammino perfino io!
Giulio disse:
– Noi abbiamo tutti e tre la gotta, come lei sa!
– È una cosa che fa vergogna. Mi permettano di dirlo francamente… Ah, se l’avessi io…
– Che cosa farebbe?
Ma il cavaliere non seppe quel che rispondere; e restò male, a pensarci. Dopo cinque minuti, riprese:
– Se l’avessi io… vorrei guarire! Ah, non potrei sopportarla!
E fissò in viso i due fratelli; che si affrettarono a farsi vedere convinti.
Ma Giulio aveva paura che il Nicchioli volesse farli parlare parecchio per conoscere meglio il loro animo. E, siccome si riteneva più colpevole degli altri, gli pareva che il Nicchioli già sospettasse. E tutte le volte che egli entrava in bottega, si sentiva già perso e chiudeva gli occhi.
Anche Niccolò aveva paura, ma cercava di pensare ad altro; perché lo pigliava una specie d’immobilità. E, allora, sbagliava anche a rispondere; come se fosse stato sordo e non capisse. Gli saliva il sangue alla testa; e, se il cavaliere si tratteneva molto, stava male tutta la giornata.
Giulio, a lungo andare, aveva perso la salute; e dimagrava; benché, ormai, il suo carattere non potesse più cambiarsi. Una volta era stato di modi distinti, quasi signorili; ed ora si rassegnava male a portare sempre lo stesso vestito blu; lustro e magagnato.
Il Nicchioli li ammonì:
– È inutile che ve lo ridica, mi pare: se il denaro dei vostri incassi fosse poco, me lo dovete avvertire. Badate che io, in contraccambio del favore che vi ho fatto, non esigo da voi altra sincerità… Voi capite che anch’io… benché possa essere… fino a un certo punto… un signore… devo sapere come… si trova il mio denaro.
Niccolò andò a cambiare di posto a una fila di libri; spolverandoli con un gomito. Ma anche Giulio stette zitto. Il cavaliere si meravigliò un poco; e, credendo d’averli offesi, seguitò:
– Badiamo che io… vi parlo così.. perché vi sono amico… ve ne do la prova… Non mi crediate cattivo o… pentito della firma messa… Vi ho detto che… a farmi restituire ciò che è mio… non ho nessuna fretta… Io so che voi siete buoni e leali… come me… Mi vergognerei a sospettare… Non mi sbalùgina né meno per la mente!
Giulio lo avrebbe supplicato di smettere; e Niccolò ficcava all’incontrario i libri nello scaffale, che era anche troppo corto.
Passava tutto il reggimento, e si sentivano soltanto i passi cadenzati. Involontariamente, tutti e tre si voltarono ai vetri della porta; sempre con lo stesso stato d’animo, che si faceva anzi più intenso. All’improvviso, la banda attaccò, con tutti gli strumenti, una marcia. I vetri tremarono; e tutti e tre si riscossero. Essi ascoltavano; e i loro sentimenti parevano aumentare, benché in  contrasto con la musica sgargiante; come stupefatti.
Quando si fu allontanata, essi si sentirono un’altra volta insieme, allo stesso punto, con l’animo sospeso. Il Nicchioli aspettò un poco, e poi riprese:
– Vedete come siete voi?… Io sono differente… non per vantarmene…
Niccolò disse con la sua voce robusta, che faceva subito credere:
– Se lei vuole, noi restituiremo il suo denaro dentro due mesi!
Al Nicchioli questa risposta dispiacque, perché credette di avere irritato il loro amor proprio.
– Lei prende le cose sempre per il peggio!
Giulio, con una dolcezza che gli repugnava, disse:
– Il cavaliere non intendeva dire questo! Con te non si può mai parlare! Lo scusi, perché né meno lui sa quello che si dica! Doventa irresponsabile.
Il Nicchioli fu soddisfatto, e disse:
– Nessuno… più di me… conosce la vostra onestà… nessuno, più di me… vi stima. E non vi basta!… Ci conosciamo fino da ragazzi… e sarei pronto a restare per voi senza pane… se non avessi famiglia! Io vi chiedo soltanto di trattarmi… da amico… perché non credo che possiate lamentarvi di me.
Niccolò riescì a ridere e gli disse:
– Lo sa come io sono lunatico!
Ma il cavaliere non s’era ancora sfogato, e Giulio dovette ascoltarlo per quasi una mezz’ora. Quando se ne andò, Giulio disse:
– Oh, finalmente respiriamo!
Niccolò propose:
– E se gli dicessimo della cambiale falsa? Io scommetto che la pagherebbe! È così benefico! Non hai sentito come parla?
– E che importa se parla in quel modo? Non bisogna approfittarne; e, forse, né meno credergli.
– Tu non vuoi mai tentare!
– Perché sono sicuro di quello che succederebbe!
– Giulino, dai retta a me! Ti dico che pagherebbe la cambiale! Dammi retta, almeno una volta!
– Vuoi assumerti tu la responsabilità di dirglielo?
– Io? Io, finché non se ne accorge, non gli dico niente.
Enrico, zoppicando per la gotta, aprì l’uscio.
– Son venuto a prendere una ventina di lire per il pesce! M’hanno detto che al mercato c’è una palomba bianca come il sale, e una cesta d’anguille ancora vive!
– Allora, hai fatto bene a tornare! Ma, un’altra volta, se ci lasci soli quand’entra il cavaliere, ti giuro che a casa non ti ci voglio più.
Ma siccome Giulio rideva, Enrico capì che non c’era pericolo di leticare. E disse:
– Che vi ha detto? Non capisco perché tutti i giorni si zeppi qui, come se la nostra libreria fosse il suo confessionale! È un’indecenza. Quando la gente può stare tutto il giorno senza fare nulla, cerca di passare le ore con le chiacchiere! Io, ora, se mi date i soldi, vado a comprare il pesce. Ci vado da me, perché lo voglio scegliere. Suderò come un ciuco, a portarlo fin su a casa.
– Fallo portare dal pesciaiolo!
– No, no: non mi fido. Ti ricordi quando ci barattò le triglie che puzzavano, e io le avevo scelte, a una a una, fresche? Non c’è da fidarsi! Datemi i denari; se no, c’è caso che lo compri qualche trattore o qualche signore.
Giulio cavò dal portafogli venti lire. Ed Enrico, prendendole come se fosse riescito a truffarle, disse:
– Il cavaliere parla sempre di quel bambino, che crede suo! Più imbecille di lui, non c’è nessuno.
E tutti e tre fecero una risata.

 

 

( Federigo Tozzi, Tre croci – 1920 )

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