Federigo Tozzi, Tre croci -13 – Capitolo 5/1


Siena - 1
Siena

Modesta era una paciona che viveva soltanto per la famiglia: non sapeva fare altro e non capiva di più. Energica e robusta, passava le giornate in casa; e lavorava più lei che la donna di servizio. Per farsi portare qualche ora a spasso, le sue nipoti dovevano tentare tutti gli espedienti. Alta quanto Niccolò, non era meno massiccia e meno grassa. Il marito e i cognati le empivano la casa di provviste da mangiare; ed ella doveva soltanto preoccuparsi di cucinarle. Ma aveva subodorato che le nascondevano qualche cosa; e non era più tranquilla e contenta come una volta.
Mentre Niccolò finiva di asciugarsi il viso e le mani, ella gli chiese:
– Perché ti lamenti sempre che la libreria non guadagna, e invece facciamo i signori; come se i denari ci fossero a palate?
Niccolò temette di lei, ma rispose con disinvoltura:
– Tu stai al tuo posto. Queste domande, la mia moglie non le deve fare.
Ella voleva tenergli testa, ma le venne da ridere. Egli, allora, seguitò con il suo solito brio:
– Le donne devono pensare alla calza!
Ella si perse di franchezza; ma non volle stare più zitta.
– Sono sicura che non mi dici la verità.
Niccolò rise più forte.
– Troppe volte ti ho visto preoccupato, e troppe volte hai detto che noi ci possiamo trovare nella miseria!
– Non farmi andare in collera di mattinata! Mi ero alzato così di buonumore, e tu me lo vuoi guastare.
– Non fare il buffo!
– E tu le bizze.
– Non faccio bizze: sono stizzita da vero.
– Come ti devo ragionare io? Ti devo guarire io? T’ho detto di lasciarmi vestire in pace. Te lo chiedo per favore.
Ella, allora, andò in cucina; a preparargli la cioccolata. Egli s’affrettò a mettersi la giubba, prima che tornasse. Modesta non si sarebbe arrischiata ad insistere, ma la sua ansia le dette forza. E, portatagli la cioccolata in camera, senza farlo andare in salotto, per esser soli, gli disse ancora:
– Io andrò, oggi, dal cavaliere Nicchioli.
– Vai da chi ti pare!
Niccolò era ancora disposto ad essere mite, credendo che la moglie la facesse finita. Ma non si sarebbe sentito sicuro, se non avesse pensato ai fratelli. Egli aveva il viso afflitto; e, pure di potersene andare, non gli importava che la cioccolata gli bruciasse la lingua.
– Tu, nonostante il bene che ti voglio e gli anni del nostro matrimonio, tenti di nascondermi quello che fai capire anche a guardarti. Bada che non è una celia!
– Mi minacci? Ora non potrai dire più d’essere una buona moglie come credevo. E come ti vantavi.
Ella restò senza fiato, ma senza sentirsi avvilita. Il marito non le poteva mentire, ed ella era stata una sciocca. Ma, nondimeno, il suo istinto non la persuadeva. Come quando aveva creduto di sognare un terno sicuro, e tornava a rigiocare i numeri; con quel suo fanatismo testardo e assurdo. Ella, allora, aspettando che Enrico entrasse in salotto a bevere il caffè, mentre gli preparava le fette imburrate, decise di parlarne con lui. Con Giulio non ancora, perché lo avrebbe ridetto al marito. Enrico era con lei sornione, e qualche volta cupo. Le parlava a distanza, sempre da sgarbato.
[…]

 

 

( Federigo Tozzi, Tre croci – 1920 )

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