Federigo Tozzi, Tre croci -14 – Capitolo 5/2


Siena - 2

Vedendolo entrare più burbero del solito, temette che le rispondesse troppo male. Ma gli chiese:
– Come vanno gli interessi della libreria?
– Non c’è il tuo marito? Perché non lo domandi a lui? Perché lo domandi a me? Questo latte non è più buono, come prima!
– Niccolò non ha voluto dirmi niente!
– E, perciò, ti rivolgi a me?
– Ma lo saprò lo stesso.
– Le donne riescono a tutto.
– Non mi sarà difficile, allora!
– Senti: lasciami far colazione in pace! Piuttosto, hai messo poco burro su le fette! Bisognerà che ce lo stenda da me. Meno che io voglio parlare con te, e più tu mi vieni attorno.
Ella non sapeva se s’ingannava o se aveva ragione di sospettare. Egli la guardava con disprezzo, accigliato e con una serietà ostile; come se l’avesse odiata. Qualche volta egli le era restato antipatico, ma s’era subito rimproverata; come di una sconvenienza. Non poteva prendersela con un cognato! Pensò, allora, di supplicarlo; ma a pena egli se ne accorse, le disse:
– Ti prego di smettere e di andartene!
Ella obbedì, pentita d’aver creduto ch’egli l’avrebbe ascoltata.
Enrico, invece di fare la passeggiata di tutte le mattine, andò difilato a bottega e disse a Niccolò:
– Mi pare che la tua moglie metta su presunzione!
– Che t’ha detto?
– Suppongo che prima abbia chiesto a te quel che chiedeva a me.
Niccolò, per non passare da debole dinanzi al fratello, rispose:
– Con me, se n’è guardata bene.
– Mi credi un idiota? Mettiamoci, invece, d’accordo. E, quando viene Giulio, domandiamolo anche a lui.
– Veramente, non credo che possiamo rimproverarla.
– Ed io ti dico di sì. Non fare il sentimentale.
– Oggi, le parleremo tutti e tre insieme. Perché non dovete supporre che io mi sia lasciato scappare né meno un ette!
– Ti saresti fatto pigliare proprio alla tagliola.
– Non c’è pericolo! Sono abbastanza furbo, benché lei sia una donna.
– Appunto perché è una donna ci vuole doppio giudizio. E bisogna metterla subito al posto.
– Io non le permetto né meno di fiatare!
– Pare di sì: altrimenti, non avrebbe osato, mentre facevo colazione, di mettersi lì ad affrontarmi. Io non me l’aspettavo.
– Stai tranquillo che non sa niente. Piuttosto, la strozzo.
– Io le ho portato sempre rispetto, da buon cognato, ma ora glie lo farei scontare.
– Con la mia moglie ci penso da me. Basto io!
Giulio, quando gli raccontarono tutto, disse:
– Siamo rovinati! Non c’è più scampo! Le donne son più astute del diavolo. Chi avrebbe immaginato che quella sciocca… Scommetto che ha sentito qualche nostro discorso. Ieri sera parlammo sottovoce, al buio. Può darsi che sia stata ad ascoltare.
Ma Niccolò disse:
– Oggi, prima di metterci a tavola, la facciamo pentire.
– Senza tanti riguardi!
Giulio propose:
– È meglio con le buone!
Enrico ribatté:
– Allora, io non me ne occupo. Farete da voi.
Giulio chiese, come se riflettesse da sé, a voce alta:
– È meglio con le buone o con le cattive?
Enrico rispose:
– Io ho sempre sentito dire…
Ma Niccolò gridò:
– Ci penso io! Basta! Voi starete lì soltanto; e, se ce ne sarà bisogno, mi aiuterete.
Enrico scosse la testa, ed escì. Ma Giulio era anche spiacente di obbligare la cognata a non immischiarsi nelle faccende degli interessi.
– O chi glie lo avrà messo in mente? Mi pare impossibile che nessuno l’abbia messa su.
Sempre così quieta come una pecora! Non c’è stato mai una mezza questione!
– Sono ubbie del suo cervello. Ti garantisco che non sa niente!
– Lo spero.
[…]

 

 

( Federigo Tozzi, Tre croci – 1920 )

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