Federigo Tozzi, Tre croci -15 – Capitolo 5/3


Siena - 3
Siena

A mezzogiorno, Niccolò, la fece chiamare in salotto; e mandò le nipoti in cucina, chiuse insieme con la donna di servizio. E le disse:
– Siamo tutti e tre sorpresi dei discorsi che hai cominciato stamani. Diteglielo anche voi: non è così?
Modesta si sentì addirittura incapace di difendersi. Era il suo istinto che le dava ragione, ma avrebbe voluto piuttosto essere rovinata da vero che trovarsi lì a quel modo. Non s’aspettava né meno che il marito le avrebbe fatto sopportare quella parte! Se fosse stata sola con lui, si sarebbe buttata in ginocchio; e invece si sentiva venire meno, come se le si piegassero le gambe, ed ella non avesse più forza di tenersi ritta. Era sbigottita; e, nello stesso tempo, meravigliata. Ben lontana da indovinare che Giulio le avrebbe chiesto perdono, e che Enrico sarebbe stato pronto, più degli altri, per viltà, a dirle tutto. Niccolò sentiva per lei un affetto che durante qualche attimo rasentava l’adorazione. Ella li credeva indignati, e pieni d’ira. E se, invece, avesse detto una mezza parola, tutti e tre non avrebbero più osato di apparirle dinanzi. Ma ella, a pena si fu un poco rimessa, bisbigliò:
– Non dovete badare a me!
Enrico rispose:
– Non voglio sapere altro: mi basta.
Niccolò aggiunse:
– Un’altra volta sarai più prudente.
Giulio non le disse nulla, perché si vergognava.
Allora, ella, piena di gioia quasi delirante, andò in cucina a dire alle nipoti che potevano portare la minestra. Durante il pranzo, incitava gli altri a ridere e a essere allegri; sentendo una felicità non provata mai. Le pareva perfino troppa; e di essersi ubriacata, benché non avesse bevuto più del solito. Niccolò l’approvava, e burlava Giulio quando stava serio. Egli presentiva che presto non avrebbero più riso; e, allora, con la sua ilarità avrebbe voluto insultare tutti. Se l’avessero sentito sghignazzare il cassiere e il direttore della banca, sarebbe stato disposto a dare da vero dieci anni della sua vita. Erano risate sorde, ma spumose; risate piene di impazienza; che, ad ascoltarle bene, parevano brividi; lente e comode, larghe e insolenti. Egli rideva anche con la voce; i suoi occhi luccicavano, destando la malcreanza di Enrico, e la timidità corrotta di Giulio. Ma, a un certo punto, pareva che dovessero ridere anche i piatti; battendo su la tavola. Tutto doventava ridicolo e piacevole. Giulio disse:
– Ora, è troppo!
Chiarina e Lola gridarono:
– No, no! Non dovete smettere!
Soltanto Enrico riescì a farli tornare in sé, dicendo:
– Questa baldoria non mi piace!
Quantunque Niccolò gli rispondesse pronto con una sguaiataggine tutt’altro che pulita, risero meno, tra i denti. Enrico disse ancora:
– Che tu sei il più sboccato, lo sapevo. Ma le sudicerie le devi serbare per la bottega. In presenza delle bambine, no. Metti il grifo dentro ai piatti e taci.
– Se non vuoi ascoltare…
Giulio disse:
– Non prendiamo le inezie troppo sul serio! Cionchiamoci sopra un bicchiere di vino; e vi passerà la voglia di fare un bisticcio. È meglio divertirsi che altercare!
Niccolò faceva il pentito, con un’aria che rimetteva la voglia di ridere. Le due nipoti lo guardavano con una ammirazione ingenua; quasi rapite. Modesta si alzò, andò dietro alla sua sedia; e, prendendogli la testa, lo baciò. Egli si strofinò con il tovagliolo dov’era stato baciato; e, allontanandola con una spinta, disse:
– Queste confidenze non le devi prendere. O che non puoi ritenerti?
[…]

 

 

( Federigo Tozzi, Tre croci – 1920 )

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