Federigo Tozzi, Tre croci -16 – Capitolo 6/1


Siena - 1

Chiarina e Lola, crescendo, si volevano sempre più bene.
Tutte e due bruttine, nàchere e tracagnotte, troppo grasse; e si assomigliavano. Chiarina la maggiore. Vestivano alla buona, cucendo da sé; e di grazioso non avevano niente. Si parlavano sempre sottovoce, anche se erano sole; perché credevano che avessero da dirsi cose troppo insulse; da nascondere. Quando la zia le sorprendeva a parlarsi, facevano una risatina; e, con gli occhi, si raccomandavano di non confessare. Ma nascondevano soltanto il loro pudore e la loro innocenza. E si promettevano sempre di non parlarsi più a quel modo; quantunque, specie certi giorni, la loro amicizia avesse bisogno di sottrarsi a chiunque. Erano contente di pensare a cose eguali; e avevano fatto proponimento, giurando, di essere sempre così; non desiderando un’altra fortuna migliore.
A tutte e due piacevano le passeggiate in campagna. E la zia, sebbene non più di due volte la settimana, le portava fuori di città, per una strada solitaria e quieta.
Dovevano passare davanti alla loro Scuola Normale; e allora davano un’occhiata dentro la porta; per vedere se ci fosse la direttrice a salutare qualcuna del convitto, che i parenti erano andati  a prendere. Dando quell’occhiata, sghignazzavano e camminavano più leste; arrivando a Porta Tufi quando la zia stava ancora a metà della scesa.
Si voltavano, tenendosi a braccetto, per guardare il muraglione, a mattoni, del giardino della scuola; in cima al quale s’attacca una pianta d’edera; sbrandellandosi. Di fronte, un muro più basso fatica a reggere un campo; che quasi strabocca. Sopra l’arco della Porta, di fuori, una meridiana vecchia e stinta; senza il ferro. Un arco più alto, fatto di pietre grigie; chiuso quando riadattarono l’entrata. Da ambedue le parti, congiunte alla Porta, cominciano due muraglie; d’un rosso scuro, con qualche chiazza giallastra; e, dietro a quelle, viti e olivi. Non c’era mai nessun rumore; ed elle facevano un passo più nel mezzo della strada quando all’improvviso sentivano il fruscìo di una scala messa da qualche contadino tra i rami di un fico. Una delle muraglie, dopo un cancello di legno, coperto sotto un piccolo tetto a doppio pendìo, termina a un caseggiato d’un rosso cupo, con le finestre anguste, fino al Cimitero della Misericordia. Ma le due giovinette, dopo averlo domandato alla zia, prendevano sempre la Strada del Mandorlo. E allora, tra gli olivi, dietro un muricciolo basso, sul quale ci si può anche mettere seduti, si ricomincia a vedere Siena.
Quando Chiarina e Lola si soffermarono lì, ad aspettare la zia, il cielo era tutto cinereo, ma chiaro; e il sole faceva doventare abbarbagliante la nebbia dove restava ficcato. La campagna, sotto il Monte Amiata, sempre più sbiadita e uniforme. I contorni dei poggi si attenuavano, quasi sparendo. Anche i cipressi si velavano; meno che quelli vicini. Le mura della cinta cascano dentro la terra gialla, tra l’erba delle grosse greppaie. E Siena strapiomba su un rialzo alto, separata dalla sua cinta che in quel punto è quasi dritta; mentre, verso la Porta San Marco, stramba a saliscendi. Dalle case della città esce fuori soltanto il campanile del Carmine; a punta.
Seguitando la china, sentivano i loro passi risonare; perché la strada si fa più stretta tra i suoi muri sempre più alti. La poggiaia fuori di Porta Romana s’appiana, aprendosi con le sue campagne sparse da per tutto. Più in là, ma come della stessa altezza, i poggi azzurri, dopo una striscia violacea; con le file nere dei cipressi.
[…]

 

 

( Federigo Tozzi, Tre croci – 1920 )

One Comment Add yours

  1. fulvialuna1 scrive:

    Quanto descivere in una passeggiata. Bello!

    Mi piace

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