Tullio Dandolo – Lettere su Firenze – Origine de’ Medici -2


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Firenze

La famiglia de’ Medici, che fu poi l’erede della Repubblica fiorentina, cominciò ad alzarsi a qualche fama nel secolo XIV, e nobilissimo è il modo con che l’ebbe conseguita.
Era divisa al solito la città,  nella parte de’ popolani e in quella de’ grandi, la prima di tutti i pubblici pesi gravata, l’altra nelle cui mani stava la signoria.

Molti e giusti erano i lagni della moltitudine non lontani dallo scambiarsi in turbolenze sanguinose. Giovanni de’ Medici, notabilissimo tra’ suoi concittadini per dovizia e numerosa clientela, si adoperò perseverantemente in favorire la plebe, e fecesi sostenitore acerrimo dell’introduzione del catasto, che altro non era fuorché un quadro esatto dei possedimenti fondiarii  d’ogni famiglia, che poi doveva servir di base ad un’equa distribuzione delle imposte, le quali fino allora più dal capriccio dei governanti che dalla equità erano state scompartite.

Conseguito il patriotico intendimento, a malgrado dell’opposizione violenta degli interessati a respingerlo, non è da dire quanto crescesse Giovanni nell’universale estimazione : tanto più che per essere egli medesimo 1’uno de’ più facoltosi posseditori di terre, trovavasi nel numero di coloro che maggiormente venivano da quell’ordinamento colpiti.
[…]

Cosimo, figlio di Giovanni, fu erede delle sue immense ricchezze, e ne seppe con infinito avvedimento usare. Ma giovane ed ambizioso, non valse 1’aura popolare a salvarlo da potente partito che gli si oppose, avendosi alla testa gli Albizzi ; e che conoscendolo di vasto ingegno e d’indole ardimentosa, temette in lui il futuro dittatore di Firenze.

Chiamato impensatamente al Palazzo Vecchio, fu preso a tradimento e cacciato nella celletta della torre, mentre i suoi nemici consultavano che far gli dovessero. Prevalsero i miti consigli, e venne bandito. Cosimo fu accolto nelle sue peregrinazioni piuttosto come principe che come proscritto. Quella sua dimora lunge dalla patria valse non poco ad ingrandire le idee d’un uomo cui già la Natura era stata larga di forte e vasto intelletto. Si rese amici i Governi, e preparò cosi colle pratiche la futura tranquillità del suo innalzamento. Nè questo tardò ad avverarsi ; perchè l’ uno di que’ tanti cambiamenti, di cui la fortuna fece teatro Firenze in que’ tempi,  balzò di scanno i nemici di Cosimo, e lui richiamò trionfante ed onnipossente in patria.

Da quel dì fino alla sua morte fu Cosimo il moderatore, il primo cittadino della repubblica. Il suo reggimento fu saggio, nè eccedente i confini legali, o violento, se non quando credette ciò spediente a tutela e conservazione della propria autorità.

Figurati che Cosimo era alla testa d’ un commercio che abbracciava il mondo conosciuto : ch’egli s’avea banchi suoi propri in tutte le Capitali e Porti dell’Asia e dell’Europa ; che i suoi agenti e fattori eglino medesimi diventarono fondatori di ricchissime famiglie ; che magnifici templi in tutta Toscana , ed altri pubblici edifizi s’alzavano a sue spese ; che gli uomini dotti di tutte le nazioni erano certi di trovare presso lui onorevole asilo e sussistenza agiata; che in una parola alla casa di Cosimo non mancava altro che l’appellazione di reggia, e a lui quella di principe, per formare di quanto lo circondava la più splendida Corte italiana.

( Dandolo Tullio, brano tratto da “Lettere su Firenze” – 1827 )

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