Tullio Dandolo – Lettere su Firenze – Il Duomo -1


Firenze - Duomo
Firenze – Duomo – Foto tratta da “Firenze” di Nello Tarchiani – primi anni del 1900 – Istituto Italiano d’Arti Grafiche Editore

L’aspetto imponente di questo maraviglioso edifìcio rendendo attonito lo straniero, gli fa concepir, sovra ogni altro monumento toscano, la più alta e grandiosa idea della potenza e della ricchezza del popolo fìorentino.  E cresce la sua ammirazione, se, consultando la Storia, vi legge il decreto con che la Signoria nel 1294 ordinò l’inalzamento di quella fabbrica elegante e gigantesca.

“Attesoché la somma prudenza di un popolo d’origine grande sia di procedere negli affari suoi, di modo che dalle operazioni esteriori si riconosca non meno il savio che magnanimo suo operare, si ordina ad Arnolfo, capomastro del nostro Comune, che faccia il modello o disegno della rinnovazione di Santa-Reparata con quella più alta e sontuosa magnificenza che inventar non si possa, nè maggiore, nè più bella dall’industria e potere degli uomini, secondochè da più savii di questa città è stato detto e consigliato in pubblica e in privata adunanza, non doversi imprender le cose del Comune se il concetto non è di farle corrispondenti ad un cuore che vien fatto grandissimo perchè composto dell’animo di più cittadini uniti insieme in un sol volere.”

Chi non crederebbe in leggere queste sentenze generose d’aversi avanti gli occhi un decreto del Senato romano, che vinto e soggiogato mezzo Universo ordina l’erezione d’un tempio a Giove ? Eppure tanta nobiltà di pensamenti e tanta altezza di concetti capiva nell’anima d’alcuni cittadini della piccola Repubblica fiorentina in un tempo in cui Guelfi e Ghibellini, Bianchi e Neri, Cerchi e Donati, popolani e grandi, la tenean sanguinosa e divisa!

Arnolfo, cui tant’opera fu per primo affidata, avea già con invidia ammirato le’ fabbriche sontuose di Pisa ; e quel Duomo, quella Torre, quel Camposanto, monumenti di nobilissima architettura punto aveanlo di tanta emulazione, che si sforzò di superarli, e di rendere altera Firenze d’edificii ancor più sorprendenti. Fece il modello, e presiedette a’ primi lavori ; ma lo colpì in breve la morte, ed a Giotto di Vespignano s’addossò la continuazione dell’impresa ; la quale per altro procedette di poi con grandissima lentezza. Giotto cangiò la facciata ideata da Arnolfo; e la disegnò più ricca e adorna. Essa era già condotta a metà, e dicesi fosse per riescire bellissima, quando nel 1588 venne distrutta con gravissimo ed irreparabile danno dell’arti, per dar luogo alle arroganti fantasie di mediocri ingegni assecondati e favoriti dal granduca Francesco I.  Ma nemmen queste furono condotte a buon fine ; e Cosimo III, in occasione delle nozze di suo figlio con Violante di Baviera, fece dipinger la facciata, che nuda era rimasa, da alcuni pittori bolognesi.

[…]

 

 

( Dandolo Tullio, brano tratto da “Lettere su Firenze” – 1827 )

 

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