Tullio Dandolo – Lettere su Firenze – Il Duomo -2


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L’immensa cupola, della quale in breve ti ragionerò, s’alza centrale fra il coro e due cappelle leggiadramente arcuate che le si addossano ; e dal quarto lato estendesi la navata, avendo il tempio figura di croce latina.  L’ampia piazza che lo circonda, lasciandolo isolato, fa risaltare mirabilmente la nobiltà della sua forma da qualunque parte si consideri. Il punto più opportuno è però quello senza dubbio che guarda il coro.
Scrive Cicognara :

“ Quando a Filippo di Ser Brunellesco fu data l’impresa di lanciare la gran cupola, che avea atterrito tutti gli altri architetti nazionali e forestieri, questo felice ingegno, più indipendente de’ suoi contemporanei, e più fino osservatore dì quelli che lo aveano preceduto, non si lasciò sedurre dalle abitudini e dal gusto dominante, nè da tanti inferiori modelli che trovò esistenti, quantunque accreditati. Il suo sguardo penetrante si elevò al disopra di quanto intorno a sè vedea di più insigne. I suoi antecessori aveano pure veduti gli avanzi dell’antica Roma ; ma poco profitto ne aveano tratto a fronte di ciò ch’egli conobbe potersi a vantaggio dell’arte dedurre. Egli si fissò lungamente tra que’ resti della grandezza e del gusto greco-romano, e misurando i monumenti, e combinando i rapporti delle parti fra loro, ne trasse tutte le conseguenze che la costruzione, l’eleganza, la grazia e le più simmetriche proporzioni presentano a un occhio sagace indagatore di quelle bellezze.

Egli seppe conoscere praticamente la differenza tra gli ordini, ne vide le più costanti e motivate applicazioni. Considerate tutte le vòlte e le arcate, esaminato il taglio e la connessione delle pietre, la forma e la disposizione de’ mattoni, la parsimonia e la qualità dei cementi, si formò una teorica profonda e ben calcolata, colla quale potea fidarsi al più difficile cimento, di cui la stessa antichità non gli offriva modello. E’ questa la prima cupola doppia che sia stata elevata ; ed eccede, considerata da sè, d’alquanto quella di San Pietro a Roma.  Non vi fu diligenza che l’architetto non ponesse ad opera di si mirabil lavoro. Diede tutte le dimensioni de’ mattoni che dovevano costruirsi con forme calcolate e determinate a spina di pesce, segnando tutte le connettiture ed ugnature dei legnami con modelletti di cera.

Egli visitava la creta, le forme, le fornaci e ogni altro materiale occorrente. Portò a tal segno la sua vigilanza e il suo impegno, che il lavoro non lasciava mai di progredire colla solita rapidità, fece costruire sul sito osterie e cucine per comodo de’ lavoranti,  che non perdevano in tal modo il tempo necessario per salire e discendere da sì lunghe scale, e tanto meno si distraevano dall’opera giornaliera.  Lasciò anche il modello della lanterna che dovette pur fare in concorso di un numero infinito di emuli, i quali non furono capaci d’immaginare per ove egli avesse aperto l’adito a salire sino alla palla. Interrogato su questa difficoltà che pareva insormontabile, levò un pezzetto di legno che otturava uno de’ pilastri, e si vide la scala in forma di canale con staffe di bronzo, per dove agiatamente e con tutta sicurezza si ascendeva. ”

[…]

 

( Dandolo Tullio, brano tratto da “Lettere su Firenze” – 1827 )

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