Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 1 – Una cena al veglione -6


Firenze - panorama notte - 1 - Copia

[…]

Il suo qui-pro-quo aveva eccitato un vivo baccano.

I frizzi, i motteggi e gli epigrammi gli rimbalzavano sul capo, come una passata di gragnuola.

Per ultimo colpo di grazia, i commensali decretarono all’unanimità che Gastone della Bruna, per l’avvenire, non bisognava supporlo capace di aver capito, neppure quando avesse offerto le prove d’aver capito di fatto.

Intanto il Cavaliere di Santa-Fiora faceva di tutto per dividere anch’esso l’ilarità dei suoi amici ; ma il dominò dall’ancóra bianca gli stava fisso nella mente, come una visione funesta, come un sogno di cattivo augurio.

Gli uomini che s’impensieriscono facilmente e si mettono di mal umore per la più piccola cosa che avvenga loro di strano e d’inesplicabile, accennano sempre o una gran povertà di spirito o una coscienza non troppo tranquilla.

Se il Cavaliere patisse dell’uno o dell’altro male, è ciò che nessuno dei convitati si occupò in quel momento d’investigare.

— Ma dunque — tornò a insistere il Cavaliere di Santa-Fiora — chi sarà mai questo misterioso dominò?…
— Sarà qualche vergine tradita che ti viene a funestare le gioje del convito — disse sorridendo uno dei commensali.
— Oppure qualche vergognosa del Camposanto che non avrà il coraggio di farvi una dichiarazione a viso scoperto — soggiunse, con una moina ineffabile di civetteria, la moglie del Segretario.
— Oppure qualche filosofo affamato, che cercava una formula per essere invitato a cena — osservò ridendo il promotore del brindisi.

Nel tempo che la brigata s’intratteneva a scherzare su questo proposito, tre o quattro foglietti stampati vennero a cadere sulla tavola, fra le stoviglie e i bicchieri.

Sorpresi da questo fatto, i commensali spinsero la testa fuori del palco e, voltandosi in su, videro una pioggia di pezzetti di carta, che dondolandosi per l’aria, andavano a posarsi, parte nei palchi e parte nella platea, a seconda della corrente che li portava.

— Cosa sono questi areoliti ? … domandò scherzando il Cavaliere di Santa-Fiora.
— Ho capito ! — disse Gastone, sollevandosi ad un tratto dal suo profondo abbattimento — Saranno i coristi della Pergola, che avranno stampato qualche sonetto per chiedere la mancia agli abbuonati.
— No : sono proclami clandestini — disse il promotore del brindisi, che aveva raccolto sulla tavola uno di questi foglietti.
— Proclami clandestini ? … — gridò Gastone : e alzandosi spaventato, si affacciò al parapetto del palco, misurando con un’occhiata la distanza che passava fra lui e la platea.
— Ti vorresti forse buttar di sotto? … — gli chiese sogghignando il Cavaliere, e al tempo stesso Io afferrò per una falda del vestito. — Calmati, amico mio : i proclami clandestini non mordono : non hanno denti.

Proferendo queste parole con un sorriso sardonico, il Cavaliere di Santa-Fiora attorcigliava lentamente il foglietto che aveva in mano, ostentando un’aria svogliata e non curante, come se avesse avuto, fra le dita il conto del sarto o del calzolajo.

— Leggete, leggete Conte — gridarono le donne rivolgendosi al promotore del brindisi.
— Cosa volete leggere ? è facile immaginarsi quello che ci sarà scritto. Questi pezzetti di carta, stampati alla macchia, sono suppergiù come i salmi dell’uffizio : finiscono tutti in gloria-patri.
— Amerigo ha ragione — disse il Cavaliere di Santa-Fiora — Questo non è il momento di leggere : ora dobbiamo pensare a bere e a far baldoria. Chi ne ha voglia, leggerà a casa.
Poi, quasi volesse distogliere l’attenzione dei suoi compagni da questo incidente, gridò con voce stentorea :
— Giovanni, portatemi del Madera.
Pronunziate appena queste parole, si udì una voce di fondo al palco, che disse con l’accento di una collera mal repressa:
— Portategli del vino di Rimini, al Cavaliere di Santa-Fiora !…

Tutti si voltarono.

Il Cavaliere di Santa-Fiora dette uno scossone nervoso, come se l’avessero toccato con un ferro rovente.

Ritto, sulla porta del palco, tentennava la testa in atto minaccioso, un dominò di seta turchina, avente un’ ancóra bianca sulla spalla sinistra.
[…]

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

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