Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 2 – Due uccelli di rapina – 2


Firenze - Mercato Vecchio prima della sua demolizione - immagine tratta da “Firenze e la Toscana” di Eugenio Müntz, Fratelli Treves Editori, 1899
Firenze – Mercato Vecchio prima della sua demolizione – immagine tratta da “Firenze e la Toscana” di Eugenio Müntz, Fratelli Treves Editori, 1899

[…]
Il Cavaliere di Santa-Fiora, ritto in mezzo alla gente, s’ingegnava, agitando il fazzoletto in aria e urlando con quanta ne aveva in gola, di persuadere i vicini e i lontani, che non pensava nè punto nè poco a farsi ammazzare, e che tutto lo scandalo si riduceva alla burla innocentissima di uno spiritoso dominò !
Il Cavaliere di Santa-Fiora era l’anfitrione della cena.
Uomo sulla cinquantina suonata, ma di temperamento forte e robusto, presentava ancora tutte le apparenze gagliarde d’un Ercole in decadenza.
La sua faccia ordinariamente colorita e in proporzioni più grandi del vero, la nessuna finezza dei lineamenti, e l’intemperanza d’un abdomine che stava rinserrato nel gilet, come dentro ad una camiciola di forza, lo avrebbero fatto credere a prima giunta o qualche Fattor di monache, travestito, o qualche negoziante d’olio, in abito d’andare a udienza.
Se non che il modo grazioso di sorridere, la parola facile e sonora, il garbo disinvolto nello infilarsi un pajo di guanti, e più che altro, la piccolezza delle mani e dei piedi — segno caratteristico, al quale è dato riconoscere se una creatura fu impastata di terra fine, o di terra ordinaria — compensavano largamente il Cavaliere della poca nobilità della sua fisonomia, e gli accordavano il diritto di mescolarsi, senza rossore, nelle file della buona società e di farsi inscrivere sui registri dei gentiluomini puro-sangue, dei nostri tempi.

Seduto in mezzo a due donne, aveva alla destra la vispa consorte del Segretario Gastone — alla sinistra, la Contessa Emilia Floriani.
Era costei un tipo strano e bizzarro che, considerandolo attentamente, offeriva tutti i caratteri dell’uccello di rapina.

Grande e svelta la persona : la guardatura insolente e grifagna: gli zigomi sporgenti: il naso aquilino: le labbra d’un carminio fiammante : la mano nervosa e sottile ; le movenze sgraziate e impetuose, come un’improvvisa levata di libeccio.
La Contessa Emilia pretendeva allo spirito-forte. Cavalcava come un amazzone, si pettinava come un bajadera, rideva come una baccante, fumava come un tedesco, beveva come un inglese, sparlava come un florentino e bestemmiava come un livornese.
Gli stornelli più sboccati della pubblica strada, le canzoni più lascive dei ridotti parigini, e gli aneddoti più scamiciati della storia antica e moderma, costituivano tutta la sapienza e tutto lo spirito di questa lionessa di moda.
Eppure, a dispetto di siffatti nei, la Contessa Emilia piaceva — e forse piaceva per la stessa ragione, per cui ai palati ottusi e corrotti, piacciono le bevande spiritose, le salse piccanti, gli aromi acutissimi, il pepe cubebe.
Divisa dal marito fino dai primi giorni della luna di miele, conduceva un’esistenza balzana, eccentrica, dissipata, mettendo dell’amor proprio a far parlar di sè, in qualunque modo si fosse, e centuplicando il piccolo appuntamento mensile, coi favori del Lansquenet e del Faraoni

Seduta al suo fianco aveva una cara giovanetta, tutto il rovescio della medaglia: fisonomia quieta, simpatica, intelligente, che balzata in mezzo a quell’orgia carnevalesca, rammentava la favola della tortora capitata al pranzo dei falchi e delle civette. Si chiamava Glicera.
La meno corteggiata delle quattro signore intervenute alla cena di Santa-Fiora, era una donnetta sulla trentina, nè brutta, nè bella; di un fare flemmatico, ma grazioso: d’un volger d’occhi lento e sagace; d’una fisonomia impassibile e fredda.
Alcune rughe quasi impercettibili segnate sulla fronte, le labbra avvizzite e d’un colore sbiadito rivelavano un metodo di vita non troppo regolare.
Passava costei per essere l’amica intima e la lancia spezzata della Contessa Floriani, in tutte le imprese di qualche importanza.

Dominava la brigata il Conte Amerigo Calami, bel giovine sul tramonto, il quale, in tutti i luoghi dove presentavasi, era solito imporsi agli altri non tanto per la statura vantaggiosa e per la magnifica voce di basso profondo, quanto per la disinvoltura e il sangue freddo con cui sapeva chiedere in prestito dai cento ai mille franchi, al primo disgraziato che gli capitasse davanti.

Due altri commensali completavano la tavola di Santa-Fiora: uno di questi, il Marchese Stanislao Teodori, fanciullone di vent’anni, bolzo come un cavallo da carrettone, aveva assediato tutta la sera la simpatica Glicera con mille propositi che sarebbero stati inverecondi sulle labbra di un Lovelace ubriaco.
[…]

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

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