Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 2 – Due uccelli di rapina – 3


Firenze - La piazza di Santa Maria Novella - immagine tratta da Firenze e la Toscana di E.Muntz - 1899 - Fratelli Treves Editori
Firenze – La piazza di Santa Maria Novella – immagine tratta da “Firenze e la Toscana” di E.Muntz – 1899 – Fratelli Treves Editori

[…]

Durante lo scompiglio, i commensali si erano sbandati chi da una parte, chi dall’altra.  Il primo a svignarsela era stato Gastone. Costui, appena sparita la maschera, non sapeva più in che mondo si fosse. L’affare dei proclami clandestini, caduti nel palco, l’apparizione misteriosa del dominò, quella parola Rimini, gettata in mezzo alla tavola come un insulto politico, gli avevano ficcato addosso i brividi della febbre terzana. Il povero Segretario credeva in buona fede di essersi compromesso fino alla gola in un delitto di crimenlese !
Già  coll’occhio interno della paura (che non si tura) vedeva la grinta dei suoi superiori, il decreto di destituzione dall’impiego, la faccia del Commissario di Polizia, il processo a porte chiuse, le carceri del Bargello, il Maschio di Volterra … e lontana lontana, la cresta bruna e merlata dello Spielberg.
Esperimentò tutti i mezzi possibili per divagarsi e prendere il fare dell’uomo disinvolto.
Si provò a ridere, ma non ci fu verso: si portò il bicchiere alla bocca, ma non potè bere: tentò di formulare qualche barzelletta … ma non disse che poche parole sdrucite e senza senso comune.
Finalmente in un palco di faccia scoprì, per un caso fortunatissimo, il Segretario della Presidenza del Buon Governo.  A quella vista, Gastone si sentì salvo.  Prese il suo cappello, e voltosi al Cavaliere di Santa-Fiora, gli disse :
— Pensi tu a ricondurre l’ Isolina a casa ? … !
— Vai pure, ci penso io — rispose il Cavaliere.

Dopo cinque secondi, Gastone entrava nel palco del Segretario di Polizia. E suoi polmoni si slargarono, la pulsazione divenne meno violenta, le labbra ripresero il sorriso della coscienza tranquilla. Gastone si credeva purificato !
Fra i commensali del Cavaliere di Santa-Fiora abbiamo dimenticato di nominare un giovinetto fornito della prima lanugine, il quale, durante la cena, non aveva mai preso la parola, limitandosi soltanto a far da coro negli evviva e nei pezzi d’insieme della serata. Si chiamava Zeffirino !
Aveva una di quelle facce lisce e tirate a pulimento, che, a prima giunta, lasciano irresoluto il problema del sesso. Il suo sorriso stereotipato a fior di labbra, la bocca eternamente semiaperta, come un accento circonflesso, e la nessuna espressione d’un pajo d’occhi verdolinichiari, gli davano un’aria infantile e quasi cretina: se non che di tanto in tanto, un certo modo di guardare alla sfuggita, e una certa attitudine equivoca di stare ad ascoltare, facendo finta di non intendere, rivelavano in esso un fondo non comune di nequizia e di furberia.
In quella fisonomia, c’era un po’ di limbo e un po’ di galera.
Zeffirino, non parendo suo fatto, aveva raccolti tutti i foglietti caduti sulla tavola, e con bella disinvoltura se l’era nascosti nella tasca del vestito.
Quando poi sopravvenne il para-piglia, profittò del disordine che si faceva nel palco, e carpito un cucchiajo d’argento, si dileguò fra la folla.
Intanto verso le due dopo mezzanotte il Conte Amerigo Calami e la Contessa Floriani scendevano insieme le scale del teatro.
Alla porta li attendeva un legno di vettura.

— A casa Floriani — disse il Conte sporgendo il capo fuori della carrozza, e richiudendo immediatamente il vetro dello sportello.
La carrozza partì.
Dopo pochi istanti di silenzio, la Contessa volgendosi al giovine Conte che pareva assorto in profonde meditazioni, gli disse con aria d’intelligenza:
— E così, l’amico non è ancora tornato ?
— Pare di no !
— Se fosse tornato, scommetto cento contr’uno che a quest’ora sarebbe già venuto a trovarmi.
— Lo credo anch’io…, quantunque quindici giorni di lontananza sarebbere più che sufficienti per raffreddare il bollore d’una mezza passione.
— Non è così facile : io lo conosco a fondo, e so cosa mi dico, quando dico che lo tengo per i capelli.
— Bada — riprese il Conte, accendendo una spagnoletta — che non ti debba accadere come a quel fanciullo che si trastullava con un merlo vivo.
— Cosa gli accadde ?… —domandò la Contessa con un sorrisetto maligno.
— Te lo dirò io —soggiunse il Conte sbadigliando — Un fanciullo credeva di potersi trastullare a tutto suo comodo con un povero merlo, perché lo teneva stretto per le ali. Ma il merlo, nojato finalmente di quelle prolisse carezze, dette una scossa improvvisa e se ne andò per i fatti suoi, lasciando la mano del ragazzo piena soltanto di penne.
— Che mi lasci le penne ! — disse ridendo sfrontatamente la Contessa — e poi se ne voli pur lontano le cento miglia! Chi lo trattiene?…

Quindi accostandosi all’orecchio del Conte, domandò sottovoce e quasi scherzando :
— Ma queste penne le ha ?…
— Non le ha, ma le aspetta.
— Male — soggiunse la Contessa scrollando il capo — è la solita storia di tutti questi vagabondi che vengono qua con mille franchi nel portafoglio, e che a furia di ciarle e di debiti si vorrebbero far credere nepoti di Rothschild o bastardi di Montecristo. Ne ho conosciuti diversi.
— Ma il tuo martire, da tre mesi che è a Firenze, non può avere speso meno di un sessantamila franchi.
[…]

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

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