Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 2 – Due uccelli di rapina – 5


Firenze - Il Bargello
Firenze – Il Bargello – immagine tratta da “Firenze e la Toscana” di E.Muntz – 1899 – Fratelli Treves Editori

[…]

Dopo pochi minuti di silenzio, la Contessa riprese tutto ad un tratto:
— A proposito : ci sarebbe un altro da mettere nella partita.
— Chi ?… — domandò il Conte.
— Quello scapato di Stanislao.
— Misericordia ! Se ha più debiti d’una lepre ! L’ho veduto venire al tavolino con venti paoli in tasca, e puntarli a mezzo paolo per volta.
— Facciamolo giuocare sulla parola ?…
— Sulla parola ?… — disse sorridendo il Conte — Povera ingenua! sarebbe la stessa cosa che guadagnare del vento. Rammentati che i latini hanno detto santamente: verba volant.
— Alla peggio che possa andare, Stanislao pagherà a babbo morto.
— Credilo a me, non conviene : devi sapere che questi figliuoli di famiglia hanno disgraziatamente dei babbi eterni. Il vecchio Marchese Teodori, per dirtene una, con quella faccia di cartapecora tarlata, è capace di campare quanto Matusalem.

In questo mentre la vettura si fermò.
— Siamo arrivati così presto ? — domandò la Contessa.

I cristalli del legno erano appannati dai fiati dell’interno.

Nella strada una nebbia fitta e pungente impediva di distinguere gli oggetti a due passi di distanza.
— Cos’è stato ?… — chiese il Conte, mettendo il capo fuori dello sportello.
— È impossibile andare avanti — rispose il cocchiere — non vede che pigia-pigia !
— È forse accaduto qualche disgrazia ?…
— Se non sbaglio, si picchiano ! — e il cocchiere, ritto a cassetta, tentava di ficcare gli occhi attraverso alla nebbia.

II Conte smontò di legno, e tutto tappato nel suo paletot, si cacciò fra la folla.

Quasi di faccia al caffè Witali, in Mercatonuovo, accadeva uno strano combattimento. Tre famigli della polizia avevano arrestato una maschera, e facevano inauditi sforzi per condurla al Bargello.

A malgrado la sproporzione delle parti belligeranti, la maschera si schermiva con un coraggio che somigliava alla disperazione.

Accasciata per terra, non parlava , non urlava, non si raccomandava ; ma ruggendo di tanto in tanto, come una tigre ferita, si dibatteva velocissimamente colle mani e coi piedi e si avventava coi denti alle grinfie che la tenevano stretta.

I curiosi, che facevano cerchio all’intorno, si precipitavano l’uno addosso all’altro, stupidi spettatori di questa lotta accanita.

II Conte, smanioso anch’esso di vedere più davvicino i gladiatori, a furia di spinte o di gomiti si spinse molto avanti — e finalmente gli parve di riconoscere nella maschera il misterioso dominò dall’ancóra bianca.
— Cani !… lasciatelo andare — gridò una voce di mezzo alla folla.

I birri si voltarono, facendo un atto minaccioso.

A quella mossa, i curiosi indietreggiarono con tanta veemenza, che alcuni urtati e fracassati caddero per terra, mentre gli altri scappando a gambe, si fermarono a cinquanta passi di distanza.

II Conte rimase fermo al suo posto.
— Animo, vieni via colle buone ! — disse uno dei tre famigli al dominò, lasciandoli andare una ginocchiata nel mezzo alle spalle.

Il torace della maschera rintronò come un tamburo percosso.
— Vuoi venirtene vivo o morto ? — gli domandò un altro famiglio, afferrandolo per la gola.
— Morto !… — mugolò orribilmente fra i denti la maschera : e con un novello furore, si dette daccapo a lavorare di mani e di piedi, e a dibattersi per la terra, come un serpente schiacciato a mezzo vita.

Il Conte restava maravigliato di vedere in una sola persona riunito tanto coraggio, tanta agilità, tanta forza di muscoli, tanta disperazione !

[…]

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

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