Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 2 – Due uccelli di rapina – 7


Firenze - Ponte Vecchio - immagine tratta da “Firenze e la Toscana” di Eugenio Müntz, Fratelli Treves Editori, 1899
Firenze – Ponte Vecchio – immagine tratta da “Firenze e la Toscana” di Eugenio Müntz, Fratelli Treves Editori, 1899

[…]

Il dominò, quantunque senza fiato, si porta ambedue le mani  al viso e preferisce di farsi lacerare la carne dalle unghie del famiglio, anziché permettere che la maschera gli venga tolta. Inferocito da quest’ultima resistenza, il famiglio lascia andare un pugno sonoro sul capo dell’arrestato, e profittando del primo sbalordimento, gli scuopre violentemente la faccia.
La folla, per un movimento istantaneo, si precipita sopra i due combattenti, curiosa di vedere in viso 1’eroico dominò. Il famiglio, anch’esso, si piega per raffigurarne i lineamenti e per impararli a memoria, quando ecco che un uovo pieno di cenere lo viene a percuotere in mezzo alla fronte, e lo rende cieco lì sul momento. Invano tenta aprir gli occhi, che tale è lo spasimo e il brucioie, che appena semi-aperti, è forzato a richiuderli velocemente. In questo mentre, i dominò rialzano il loro compagno da terra, e mettendolo in mezzo, lo portano via ballando e saltando, come se nulla fosse stato, e cantando alla viv’aria

Marbruck andò alla guerra
Miroton, Miroton, Miroton.

Giunti al principio del Ponte-Vecchio, chi prese i lungarni, chi voltò da via degli Archibusieri. Due soltanto salirono il ponte, e arrivati a mezzo, si levarono il dominò e lo gettarono nel fiume. Uno di essi, il più piccolo di statura, scioltosi una ciarpa di lana che teneva legata alla vita, se l’avvoltolò al capo a mo’ di berretto. L’altro seguitò a camminare a testa scoperta, come avrebbe potuto fare in una bella serata d’estate.

Dopo pochi minuti, l’ordine e la quiete regnavano in Mercato-Nuovo.  I curiosi che avevano assistito allo spettacolo, temendo di essere citati in testimonio, o di trovarsi compromessi nella rissa, se la svignarono chiotti chiotti, abbandonando in balia di se stesso il famiglio che a tastoni e rasentando il muro si dirigeva verso la piazza del Granduca. Ad ogni passo che faceva, era una bestemmia e un urlo di spasimo.
— Senti il filunguello cieco come canta — dicevano i ragazzi, ultimi sempre a lasciare il terreno dei combattimenti e dei parapiglia.

L’altro birro, quello che aveva ricevuto il colpo sulla testa, appena riavutosi un poco, se l’era prudentemente battuta.  Il Conte Calami, rientrato in legno, raccontò alla Contessa Emilia tutta la scena a cui s’era trovato presente.
— A proposito: cosa hai tu capito — domandò la Contessa — in quelle parole che il dominò ha dette a Santa-Fiora ?
— Non ci ho capito nulla di chiaro — soggiunse il Conte — ma sempre più mi persuado che il Cavaliere debba essere un cattivo arnese… un inquilino di qualche stabilimento penitenziario.
— Bella scoperta davvero ! e dire che vi è una società che tollera in santa pace questi fior-di-virtù !
— Cara mia, ciò significa che la società fiorentina è in gran decadenza.

Il Conte accompagnò queste parole con l’accento drammatico della parodia : quindi voltandosi a secco verso la Contessa, e fissandola maliziosamente in viso, soggiunse :
— E noi, per i primi, non frequentiamo forse tutto l’anno la tavola del Cavaliere?
— Convieni che ci fa torto !
— Non ti dico di no: dall’altro canto, siamo giusti: la cantina e il cuoco di Santa-Fiora non si trovano dappertutto.
— Non è una buona scusa !
— Animo via ; a che servono questi scrupoli ? — continuò il Conte sullo stesso tuono d’ironia maligna — Ognuno, in questo mondo, non è forse figlio delle proprie azioni ?
— Certamente !
— Le nostre reputazioni non sono forse al coperto da qualunque attacco ?
— Voglio sperarlo !
— Quando hai la coscienza tranquilla, perchè vuoi tu occuparti delle ciarle del mondo ?

La Contessa, invece di rispondere, si voltò improvvisamente.  I lampioni della vettura gettavano uno sbattimento di luce sulla faccia dei due interlocutori. Vi fu un momento di silenzio e di strana pantomima. II Conte e la Contessa si guardarono attentamente l’un l’altro, quasi volessero interrogarsi a vicenda. A poco a poco sulle loro labbra cominciò a manifestarsi una crispazione d’ilarità. Finalmente dettero entrambi in una grandissima risata, concludendo in coro:
— Siamo pure la gran canaglia !

Pochi minuti dopo, la vettura si fermò. Il Conte accompagnò la Contessa Emilia fin dentro al cancello del suo palazzo, e, prendendola per la mano, le disse:
— Siamo intesi ! domani ti saprò dire se è tornato.
— E se gli sono arrivate le penne ! — aggiunse sorridendo la Contessa.

I due uccelli di rapina si lasciarono, scambiandosi un’occhiata d’ intelligenza.

[…]

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

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