Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 3 – Il Cavaliere di Santa-Fiora -1


Firenze - 2016 06 17_005

Sono le undici della mattina.
L’orologio della sala, dopo avere accennato le ore, attaccò una melodia fantastica dove s’intrecciavano i motivi più sentimentali e le frasi più soavi e amorose di Donizzetti e di Bellini.
A quella musica, siccome a un segno di convenzione, il Cavalier di Santa-Fiora si svegliò dal suo profondissimo sonno. Immemore di quanto gli fosse accaduto la sera avanti sul veglione della Pergola e assorto in un dolce sentimento di voluttà indefinita, appena aperti gli occhi, cominciò con l’abbandonarsi alle delizie della pandiculazione.

In questa valle di fiaccona e di dormiveglia perpetua, non c’è cosa che valga tanto a riattivare le facoltà locomotrici dell’uomo, dopo un lungo e saporito riposo, quanto quel molle e nervoso stiramento delle quattro principali ramificazioni che ci furono date per quest’uso e per molti altri dalla provvidissima Provvidenza.

Chi era il Cavalier di Santa-Fiora ?

Ecco una domanda senza risposta, ecco un quesito senza soluzione, ecco una matassa senza bandolo.  Piovuto un bel giorno sull’Arno, come un pallone per improvvisa deficenza di gaz e di spirito combustibile, il Cavalier di Santa-Fiora si trovò circondato nei primi momenti da una leggerissima nube di diffidenza.

Non volendo o non sapendo giustificare nè il suo titolo di Cavaliere nè il modo col quale manteneva la sua brillante e splendida esistenza, cominciò con l’incontrare in alcuni una riservatezza ridicolissima, la quale tanto più gli riusciva molesta e nauseante, in quanto che la vedeva affatto estranea alle abitudini del paese e non derivante da integrità o delicatezza d’animi, ma tutta posticcia, tutta ostentata, tutta artificiale, tutta recitata a commedia.

Fornito di un tatto finissimo, e, in mancanza di altri studi, versatissimo nell’arte del Diavolo, nell’arte, cioè, di studiare il debole degli uomini per farli desistere dalla parodia di eroi o, di spiriti-forti, che di tanto in tanto si fanno lecito di rappresentare, il Cavalier di Santa-Fiora dette una occhiata maestra all’intorno , e s’accorse in un attimo qual si fosse la fibra sensibile che bisognava solleticare a questi degeneri discendenti di Farinata e di Pier Capponi.

Se Achille, se il terribile Achille, quantunque nutrito col midollo dell’ossa di Leone, aveva esso pure il suo tallone vulnerabile, immaginatevi se non vogliono averlo i fiorentini del secolo decimonono — i quali, per quanto io sappia, sono tutt’altro che Achilli — e non hanno potuto giammai sormontare una certa ripugnanza a cibarsi col midollo dell’ossa di Leone !

Il clima quasi meridionale, la festività del paese, il sorriso del bel cielo, il brio della popolazione, il continuo flusso e riflusso dei forestieri, la grazia procace delle donne, la mitezza dei superiori e l’amenità delle circostanti colline di Montughi, Fiesole e Bello-sguardo,  seminate di ville eleganti e di ubertosi oliveti, rendevano la città di Firenze agli occhi del Cavalier di Santa-Fiora, un piccolo Eden incantato, dove la vita non poteva a meno di scorrere tutta latte e miele, come i ruscelli della vecchia mitologia.

Si trattava pertanto di piantarvi un domicilio stabile e duraturo; e per conseguenza principalissimo pensiero doveva esser quello di farsi accettare non soltanto come conoscente e cittadino, ma come amico e membro della così detta buona-società.

Appoggiandosi alla storia di tutti i tempi e di tutti i paesi, il Cavaliere di Santa-Fiora si era dovuto convincere sopra una lunghissima serie di esperienze e di fatti, che i buoni pranzi e le buone cene finiscono sempre, o prima o poi, col domare anche gli stomachi più saldi a qualunque tentazione.

Esaù — diceva esso nei suoi monologhi, accompagnando la riflessione con un sorrisetto di cinica compiacenza — Esaù, stando alle pagine della Bibbia, vendè la sua primogenitura per un piatto di lenticchie ; e ci credo ! E perche dunque non potrò io costringere gli uomini dei miei tempi a vendermi le loro velleità e i loro pregiudizi per un prosciutto di Vestfalia o per un pasticcio di Strasburgo !

— Mi si potrà opporre — quindi continuava, dopo qualche momento di pausa — che gli uomini moderni non sono confrontabili con l’affamato e peloso Esaù : ma voglio sperare, vivaddio ! che neppure le seduzioni del prosciutto di Vestfalia e del pasticcio di Strasburgo vogliano mettersi al paragone con le attrattive di una miserabile zuppa biblica , alla puree di lenticchie !

[…]

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

3 Comments Add yours

    1. Carlo Rossi scrive:

      Thank you.

      Mi piace

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