Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 3 – Il Cavaliere di Santa-Fiora -2


Firenze - Riva sinistra veduta da Palazzo Vecchio
Firenze – Riva sinistra veduta da Palazzo Vecchio – immagine tratta da “Firenze e la Toscana” di E.Muntz – 1899 – Fratelli Treves Editori

[…]

Oltre a ciò, il Cavaliere di  Santa-Fiora riponeva molta fidanza nella sua ricca collezione di vini: ed in qualunque caso di ostinata resistenza ci contava sopra per decidere le sorti della battaglia, come Napoleone avrebbe potuto contare su i battaglioni della vecchia guardia.

Oramai è provato che lo Sciampagna e il Bordeaux (per tacere degli altri vini minori) sono due validi propagandisti, due tribuni eloquenti, due ciceruacchi capaci di formarsi un partito dalla sera alla mattina. Coll’appoggio e il concorso efficace di questi emissari si mettono in rivoluzione le società più fortemente costituite, si debellano le convinzioni più salde, i pregiudizi più accaniti, le antipatie più radicate.

Un oscuro vagabondo che si faccia precedere dal Sillery frappè o dal Lafitte, prima qualità, arriva con sicurezza di calcolo a tirarsi dietro un numero maggiore di proseliti e di seguaci, di quello che non facesse Pritchard, quando mettendo il piede per la prima volta nei vergini stati della regina Pomarè, tentò la propaganda civilizzatrice per mezzo dell’alfabeto e dei calzoni all’europea !

— O uomo !  o animale molto ragionato e poco ragionevole — gridava da solo a solo il Cavaliere — è ella forse poco ammirabile agli occhi del sapiente e del filosofo quella tua docilità di pensiero, quella tua elasticità di coscienza, quella tua flessibilità di groppone, di cui provvidamente ti ha fornito Madrenatura, perchè i Dulcamari della specie umana ti debbono regalare di loro motuproprio, uno stomaco di bronzo, un carattere di diamante, una spina dorsale di ferro fuso ?  Non mi citate gli uomini inventati da Plutarco e le loro pallide contraffazioni ! E quando mai i fenomeni e le anomalie hanno fatto la razza ? E se nell’immensa e vario-colorata famiglia degli asini ve ne ha qualcuno dal pelame rigato, sarà egli lecito per questo di spacciarlo e farlo credere una Zebra ?

Ecco suppergiù l’opinione che aveva il Cavaliere di Santa-Fiora, circa la virtù e i meriti del suo prossimo e a norma di siffatti principii, egli era solito barcamenarsi nelle diverse emergenze della vita.

Risoluto adesso di conquistarsi, bajonetta in canna, il diritto di cittadinanza nella società fiorentina, cominciò col raccogliere d’intorno a se quattro o cinque mangiatori di professione, e messe in movimento la tattica dei pranzi e delle cene.

Regola generale — un uomo qualunque che conosca l’arte di solleticare il palato dei suoi contemporanei in un modo più raffinato e squisito di quel che non facciano gli altri, acquista necessariamente una supremazia nella pubblica opinione, che sarebbe follia volergli contrastare.

I pranzi del Cavaliere di Santa-Fiora furono buccinati, strombettati e propagati ai quattro venti.  La sua tavola fece testo.  Le sue salse erano citate dai nostri Luculli in-18° per far pompa d’erudizione culinaria, con quella fatuità ridicola, con cui i piccoli coltivatori di qualche vaso di dittamo o di nipitella citano ad ogni parola le varietà più rare del regno botanico, coll’intendimento di farsi prendere per tanti De-Candolle. o per tanti Linnei.

Quando i Cavalieri del dente volevano fare un complemento grazioso all’anfitrione di qualche pranzo o di qualche cena, solevano dirgli : questo piatto non si mangia che da voi e dal Cavaliere di Santa-Fiora ; un Reno, come il vostro, non si beve in tutto Firenze, che dal Cavaliere : un gelato di questa perfezione non si trova neppure da Santa-Fiora.

Per siffatto modo, in pochissimo tempo, il nome del Cavaliere si diffuse e si rese celebre e popolare nelle regioni della cittadinanza e dell’aristocrazia.

Quando Santa-Fiora appariva in teatro o nelle pubbliche passeggiate, se qualcuno ne pronunziava il nome, le Signore che ancora non lo conoscevano neppure di vista domandavano con interesse — dov’è ? e gli puntavano i canocchiali addosso, e lo sbirciavano e lo squadravano per ogni verso, come se si fosse trattato di un Mastodonte vivo o d’un’Idra delle mille teste, legata a catena.

Oh ! le strade che conducono alla gloria e alla celebrità sono mille ! beati coloro che .sanno scegliere la meno scoscesa !

Nei piccoli centri, come la città di Firenze, la quale, torniamo a ripeterlo, non è una città, ma piuttosto una gran casa, dove l’uno è pigionale dell’altro, e dove tutti si conoscono di vista o di saluto, bastano quattro o cinque relazioni per potersi mettere in contatto, volendo, con il rimanente del paese.

[…]

 

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

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