Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 4 – Un giorno d’udienza -2


Firenze - Veduta dal Giardino delle Rose con Sculture di Folon
Firenze – Veduta dal Giardino delle Rose con Sculture di Folon

[…]
Il primo giorno di Quaresima era giorno d’udienza. Stanislao lo sapeva benissimo ; per cui, quando tornò a casa, ebbe l’avvertenza d’entrare dalla porta di dietro. Il salotto era pieno di persone, che aspettavano tranquillamente che il sig. Marchese si degnasse d’ammetterle alla sua presenza. Venditori, manifattori, artigiani, sensali, usurai si trovavano tutti raccolti insieme nella medesima stanza, ed ammazzavano il tempo, trattenendosi a ragionare sopra il tema favorito della giornata ; sulle difficoltà, cioè, di essere pagati, e sulla necessità che il governo (!?) metta finalmente un riparo a questo disordine.
Stanislao suonò il campanello. Come sospinto da una molla invisibile, comparve in camera un ragazzetto di circa vent’anni, vestito di una giacchetta verdona a grossi bottoni di bossolo, e d’un pajo di pantaloni scuri, terminati da due ghette di panno bigio.
— Ci son tutti ? — domandò il Marchese.
— Tutti — rispose Scampolino.
— Meglio così : lasciamoli riposare. Intanto tu, alla gran carriera, scapperai a casa della Sandrina e le consegnerai questo foglio di trecento franchi, dicendole che domani nella giornata, voglio una risposta: hai capito ?
— Illustrissimo si.
Marche ! — gridò Stanislao, e accompagnò l’ordine della partenza con un colpo di frustino che andò a ferire a tutta sostanza gii scarni garetti del groom.

Rimasto solo, il giovine Marchese si affacciò sulla porta di sala e gridò alla turba che aspettava:
— Avanti! a chi tocca?

Il primo a presentarsi fu il sarto.
— Avete portato il conto ? — domandò Stanislao, passeggiando in sù e in giù per la camera e dandosi l’aria dell’uomo in un cattivo quarto di luna.
— Eccolo qua ! — rispose l’altro, presentando un foglio.

Stanislao, senza neppure voltarsi, domandò bruscamente:
— Ammonta ?
— A quattromila lire.

Il Marchese non rispose. Si baloccava con un libro che aveva in mano, e pareva distratto a considerarne la rilegatura :
— Hai detto ?… — soggiunse quindi con aria sbadata.
— Quattromila lire.
— Quattromila !  credevo a peggio: per ora, mi dispiace, non posso darti che la metà.
— Faccia lei — continuò l’altro, che si era sentito slargare il core dalla consolazione.
— Sta bene così ?
— Benissimo.
— Allora — continuò il Marchese con disinvoltura — passerai da me lunedì a quindici e troverai le duemila lire belle e contate. Addio: prendi da questa parte qua … dalla porta di dietro …
— Ma …
— Addio, addio : abbi pazienza : non mi fare osservazioni ; è mattinataccia : a Lunedi a quindici — C’è altri ? … —  disse Stanislao affacciandosi di nuovo sulla porta di sala.

Entrò il Calzolajo.
— Sei peggio d’ una mignatta ! — gli gridò il Marchesino, appena lo vide — Per una miseria di dugento lire sei capace di far quaranta viaggi.
— È il bisogno, caro sig. Marchese.
— Che bisogno e non bisogno — riprese l’altro facendo vista di andare in collera e alzando la voce — che siete calzolaj, vo’ altri ?… andate là : siete ciabattini, gentuccia miserabile che non può tener morti quattro soldi di credito !

Il calzolajo rimase vivamente mortificato da questa apostrofe improvvisa : si provò a rispondere, ma Stanislao fermandogli le parole in bocca, gli disse:
— Se tutti i credttori, fossero come te, ci sarebbe da andare a S. Donnino per arrabbiati ! che si burla ! non fai nemmeno rifiatare.
— È un anno !
— Ma che anno ! … ma che anno ! … Basta non facciamo più discorsi: quant’è il conto ?…
— Dugento lire !
— Dugento lire ? sta bene : quà il resto ! — e nel dir cosi, gettò sul tavolino un foglio di mille franchi.
— Il resto ! il resto ! ho furia — continuò il Marchese, gridando e pestando i piedi.
— Dove vuole che io abbia il resto ?… — chiese l’altro imbarazzato.
— Allora ?
— Ripasserò più tardi.
— Più tardi ? … sì: farò il comodo tuo : questa sarebbe di nuovo conio ! Più tardi non sono in casa.
— Ripasserò domani.
— Insomma, ripassa domani, doman l’altro, fra otto, fra dieci giorni, fra un mese; ripassa quando ti pare, ma che una volta si levi di mezzo questa seccatura: hai capito ?
— Illustrissimo sì.
— Quando torni, portami due paja di stivali dell’ultimo modello, e mettili nel conto vecchio.
— Come desidera.
— Siamo intesi : mettili nel conto vecchio : li voglio pagar subito, perchè con te non c’è da pigliarsi confidenze.
— Abbia pazienza…
— Va là, va là : siete troppo poveri : è questo il vostro difetto. E vi fate chiamar Calzolai ?… ciabattini, dovete dire, ciabattini.

Il calzolaio se ne andò, non sapendo più nè cosa diceva, nè dove si metteva i piedi.
[…]

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

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