Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 4 – Un giorno d’udienza -3


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[…]
Terzo a comparire fu il tappezziere. Era questi un traccagnotto sulla quarantina, decentemente vestito, ma di modi rotti e plebei. Aveva una faccia così malcontenta e accigliata, che pareva dicesse: se stamani non mi paghi, t’aggiusto io. Il Marchesino s’accorse della mala parata: e andando incontro al creditore e prendendolo per la mano, gli disse:
— Oh ! amico Pietrone ! come mai ? ci sei anche tu ? è molto che aspetti ?
— Sono due ore ! — rispose il tappezziere rimettendosi il cappello in capo, con atto provocante.
— Due ore ! mi dispiace : se l’avessi saputo… e perchè non sei passato ? lo sai che per te non c’è portiera …
— Io non faccio soverchierie a nessuno, io : c’era chi aveva diritto di passare prima di me.
— Hai portato il conto ?
— L’ho portato ! — riprese l’altro con un laconismo molto significativo.
— Meriteresti due tratti di corda — disse Stanislao, posandogli amichevolmente una mano sulla spalla.
— Perché ?
— Perchè potevi esser pagato, e non hai voluto. Avevo messo da parte tremila franchi per te, unicamente per te: ma non vedendoti comparire, ho dato un acconto al sarto e al calzolajo.

Il tappezziere, invece di rispondere, cominciò a tentennare una gamba e a dare certe occhiate alle figure del soffitto, che non erano punto occhiate da amatore di belle arti.
— Oggi a quindici però ci puoi contare — soggiunse subito il Marchesino.
— Ci posso contare, eh ? — riprese l’altro, fra i denti.
— Eccoti la mia parola d’onore.

Il tappezziere dette in una risata a freddo.
— Di che cosa ridi ?
— Di che rido ?… rido della sua parola d’onore.
— Amico, questa è forte : se tu fossi uno spadaccino, a quest’ ora avresti ricevuto un guanto di sfida —  disse Stanislao in tuono scherzoso.
— O che crederebbe di farmi paura, lei, con tutta la sua scherma ? — riprese il tappezziere, stendendo l’indice della mano destra verso la punta del naso del Marchesino.
— Alla larga — riprese questi, sempre in tuono di celia — stamani l’amico Pietro non vuole scherzi.
— Signor Marchese, è il quinto viaggio !… e non sono avvezzo a farmi condurre per il naso.
— Hai ragione : ma cos’è per te aspettare una quindicina di giorni ? se tu fossi un disperato, ti compatirei… ma uno dei primi manifattori di Firenze, un quattrinaio come te, un’uomo che ha dei capitali … e molti …
— Io ?… capitali ?… — interuppe il tappezziere, lasciando trapelare un impercettibile risolino di vanità.
— Lo so, lo so — continuò Stanislao — basta così, e zitto.
— Ma se lei dà retta …
— Zitto, ti ripeto — fece il Marchesino con un gesto imperativo.

Quindi prendendo sotto il braccio il creditore ammansito, e conducendolo verso l’uscio, gli disse:
— So di più : so che, volendo, potresti far l’elemosina a molti di noi… e zitto !
— Ma cosa dice ! — ripigliava l’altro, che sentiva commuoversi al solletico di queste parole.
— E a qualcuno l’elemosina l’hai fatta ! — seguitò il Marchese, aprendo l’uscio e mettendo con bella disinvoltura il creditore fuori della soglia.
— Io ? … l’elemosina ?… a chi ?..

Stanislao gli sussurrò qualcosa negli orecchi.
— Come l’ha saputo ? — domandò l’altro, dissimulando a fatica la sua interna soddisfazione.
— Basta così !
— Ma vorrei …
— Quattrinai ! quattrinai ! — disse il marchesino — ci avete messo le mani nei capelli, e bisogna stridere. Siete i nostri padroni.
— Padroni ?… ma lei burla !…
— Ridi, birbante, eh?… hai ragione — e così dicendo, il marchese dette una leggera spinta al tappezziere, e tirando la bussola a sè, lo chiuse fuori del salotto.
— Auf ! — fece Stanislao appena fu solo — quanta fatica per addomesticare questa canaglia di creditori. Non c’è che dire: sono come i cavalli di Ciniselli: per renderli agevoli ed ubbidienti, ci vuole un po’ di zucchero e un po’ di frusta.

Partito il tappezziere, si presentarono uno alla volta:
— Il Fiaccherajo.
— Il Tabaccaio.
— L’Orefice.
— Un Negoziante di vini forestieri.
— Il giovine di M. Bernard.
— II giovine di M. Doney.
— Il giovine di Castelmur.
— Il giovine del Gastronome.
— Il cappellaio.
— Il valigiaio
— Il carrozziere ec. ec.

Poi vennero i creditori di second’ordine, come:
— La cucitora di camice.
— La stiratora.
— Il guantajo.
— Un rivenditore di fosfori in cera.
— Lo smacchiatore.
— La maschera incaricata dei pastrani e dell’ombrelli, al teatro della Pergola.
— Il commesso d’un piccolo Gabinetto di lettura  ec. ec.

Stanislao sbrigò questa gente in meno d’una mezz’ora.

Fu imparziale con tutti : non dette nulla a nessuno !

[…]

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

2 Comments Add yours

    1. Carlo Rossi scrive:

      Saluti, Carlo

      Mi piace

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