Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 5 – Eugenia di Santa-Fiora -1


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Eugenia di Santa-Fiora – immagine tratta dal libro di Carlo Lorenzini (Collodi) “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857

Eugenia di Santa-Fiora era più bella del solito — aveva pianto  !
Una bella fanciulla a quindici anni piange così bene !  Le sue gote, soffuse delle splendide tinte della giovinezza e della salute, dopo una pioggia di lacrime, si fanno più fresche e più colorite, come le foglie della camelia, dopo una scossa d’Aprile.
— Perchè ha pianto ? — non glielo domandate : forse ella stessa lo ignora e non saprebbe che cosa rispondervi. V’ha un età nella vita, in cui si piange senza motivo e si ride senza ragione.

Poche settimane addietro questa bella fanciulla era fiera, indomita, piena di vita e di rigoglio.

La natura e il cielo le sorridevano d’intorno coll’ineffabile incanto d’un eterna primavera — ed ella, in gentil ricambio, sorrideva amorosamente al cielo e alla natura. Circondata dagli agi di una vita signorile, e ignara dei mali e delle privazioni che toccano in retaggio a tutta la figliolanza d’Adamo, Eugenia di Santa-Fiora si addormentava cantando, come la cingallegra, e si destava all’alba, cantando, come la lodoletta dei campi. Ardente, irrequieta, instancabile, nemica del riposo e della notte, i primi raggi del sole la trovavano sempre desta, sempre in piedi.

Tanto era il fuoco che le agitava le fibre, tanta era l’abbondanza della vita che sentiva corrersi per entro le vene e nel sangue, che la morte, la stessa morte, le pareva una cosa impossibile, un fantasma inventato apposta per far paura alla gente, come l’Orco e la Versiera.

Seduta al suo magnifico pianoforte di Pleyel, ella era solita salutare ogni mattina lo spuntar del sole colla polka la più sbrigliata, col walzer più precipitoso o colla galoppe più indiavolata, che fosse giammai uscita dalla brillante fantasia di Strauss o di Labinski.

Eugenia amava la musica — ma la musica allegra, mossa, vivace. I notturni, le melodie, le romanze, le fantasìe sentimentali, la mettevano di mal umore e la disturbavano, come la vista d’un abito abbrunato, come l’aspetto d’una stanza umida e senza luce.

Giovine, bella, felice, perchè mai avrebbe dovuto, amare le cose melanconiche e tristi ? Ella viveva del sorriso del cielo, dell’aria aperta dei campi, delle rifulgenti tinte dei fiori, della vita, dell’armonia e del moto di tutte le cose create.

Folleggiante per i viali del suo giardino, coi lunghissimi capelli disciolti per le spalle, cogli occhi pieni di una gioja graziosamente selvaggia, ora correva e saltava, a modo della gazzella per il deserto, ora inseguiva le farfalle dall’ali bellissime e variopinte, ora si soffermava dinanzi alle spalliere dei fiori, aspirando i profluvj imbalsamati dell’aria, colle narici leggermente dilatate e rivolte al vento, come una giovine puledra normanna, quando fiuta i primi tepori della primavera.

Il Cavaliere di Santa-Fiora amava questa sua figlia perdutamente; e quest’amore era l’unico raggio di luce che venisse di tanto in tanto a brillare sopra il fondo, di una coscienza oscura e tenebrosa, come l’interno di un sepolcro sigillato. Non volendo che la figlia fosse testimone o partecipe della mala vita del padre, il Cavaliere aveva collocato Eugenia in una elegante palazzina di due piani, situata di là d’Arno, in vicinanza delle mura della città.

Il giardino, che era annesso alla casa, veniva coltivato colla più gran diligenza, e racchiudeva una magnifica collezione di fiori e di piante rare. Eugenia amava i fiori — e in particolar modo prediligeva quelli dipinti dei colori più vivi e delle tinte più svariate e fiammanti.

Nei suoi fanciulleschi passatempi, essa li coltivava, li innaffiava, li custodiva dai freddi e dalle brinate, li sgridava quando erano tardi e restii a sbocciare, li carezzava e diceva loro parole affettuose, e li andava ad uno ad uno interrogando, quasi che quei fiori fossero obbligati a intenderla e a rispondere alle sue domande. Innocente e cara illusione ! …

Madama Vittorina Demousset era la governante d’Eugenia; donna che alla nobiltà del carattere, alla squisita cortesìa dei modi e alla finissima e completa educazione, si dava a conoscere per avere appartenuto a qualcuna di quelle illustri famiglie della Francia, che i rivolgimenti politici avevano gettate errabonde e disperse sulla faccia di paesi stranieri.

[…]

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

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