Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 5 – Eugenia di Santa-Fiora -2


firenze-2015-07-09-dscf0037

[…]
Il servizio della casa era affidato a due persone di specchiata onestà — alla Maddalena e a Pietro. Quest’ultimo, a tempo avanzato, disimpegnava anche le funzioni di giardiniere: e quantunque di carattere burbero e grossolano, pure si piegava di buon’animo alle mille volubilità della sua giovine padrona.

E Azor ?…

Ci affrettiamo a riparare questa dimenticanza. Azor si poteva dire il guardiano, la sentinella avanzata della casa. Era questo un magnifico cane del Monte S. Bernardo; candido come la neve, e grosso poco più poco meno d’un vitello d’undici mesi. All’opposto di tutti i cani della sua razza, i quali, in generale, sono buoni e mansueti, Azor aveva un temperamento iroso, selvaggio, feroce. Guai a chi lo avesse toccato, guai a chi l’avesse guardato di traverso. Quando Madama Vittorina o le persone di servizio volevano sgridarlo, bisognava che lo prendessero colle buone maniere, altrimenti Azor incominciava a spianare le orecchia, e intuonando un rantulo cupo e minaccioso, faceva vedere il candore e il sinistro sorriso dei suoi fortissimi denti incisivi.

Esso, in tutta la casa, non conosceva che una sola persona che potesse impunemente comandarlo e tenerlo a bacchetta — e questa persona era Eugenia.
Eugenia voleva moltissimo bene al suo Azor : ma ciò non impediva nè punto nè poco, che, occorrendo, non lo strapazzasse senza pietà e senza il minimo riguardo del mondo. E questo cane, questo tristissimo cane, che non sopportava dagli altri neppure una guardata in isbieco, l’avresti veduto rassegnarsi tranquillamente ai capricci e alle bizze (spesse volte poco ragionevoli) della bella fanciulla.
Quando Eugenia lo chiamava per batterlo o per rimproverarlo, Azor ubbidiva come un agnello: e abbassando gli orecchi e dimenando la coda in modo festoso, pigliava in santa pace la grandine dei colpi: non dimenticando di tanto in tanto di dare un’occhiata intelligente e curiosa alla sua padrona, quasi per domandarle se egli avesse ricevuto la sua dose di punizione e se poteva andarsene per i fatti suoi.

Ecco, in poche parole, tutta la famiglia, in mezzo alla quale la figlia di Santa-Fiora passava spensieratamente i giorni sereni della sua felice esistenza.

Intanto venne un giorno, in cui Madama Vittorina, destandosi, non sentì più la solita voce e i soliti canti di Eugenia. Stette per qualche tempo in orecchio — ma il pianoforte non preludiò che pochi accordi — e si tacque.
Maravigliata di questa novità singolare, la governante uscì dalla sua camera, ed entrata improvvisamente e in punta di piedi in quella di Eugenia, trovò la giovinetta colla fronte appoggiata ai cristalli della finestra, quasi fosse assorta in una profonda contemplazione. I suoi grandi occhi turchini avevano dismesso la solita fierezza, per prendere un’espressione più mite e raccolta : la gajezza clamorosa e infantile di qualche settimana addietro si era gradatamente trasformata in un angelico e quieto sorriso, che di tratto in tratto appariva sulle bellissime labbra, quasi per velare un sentimento d’indefinita e vaga melanconia. Eugenia non era più quella.
Le sue ariette, le sue canzoni favorite, e i motivi facili e brillanti che ella era solita di cantare tutta la giornata , andavano a poco a poco cessando, e si dileguavano lentamente per l’aria come il morendo d’ un appassionata romanza.

Eugenia continuava a passare le ore intere in compagnia dei suoi fiori, ma non li sgridava più, non parlava più con essi, non li tempestava più di mille curiose e insistenti domande. Tutto il suo amore, tutta la sua attenzione si era da qualche tempo particolarmente raccolta sopra una gentile ortensia, rimasta sola e quasi dimenticata in un angolo del giardino.
— Poverina ! ti hanno lasciata sola ! ma io non ti abbandono, io ! — le diceva Eugenia con voce affettuosa: e intanto accarezzava il fiore, come se questi avesse avuto intendimento da comprendere il valore di quelle carezze.

Anche Azor si era fatto irrequieto e silenzioso.

Pareva che il povero animale fosse dolente di vedersi trascurato: pareva quasi che gli rincrescesse di non esser più battuto e strapazzato dalla piccole mani di Eugenia. Avvezzo ormai da tanto tempo a girare per il giardino con due mazzetti di fiori legati agli orecchi, e. con un festone di foglie di lauro sulla testa, a guisa d’un eroe antico insignito della corona civica, si adattava adesso mal volentieri a rinunziare interamente a questo quotidiano esercizio, così gradito alla sua amabile padrona.

Quando Madama Vittorina, impensierita di questo strano cambiamento, domandava ad Eugenia perchè non scherzasse più, secondo il suo costume, questa rispondeva con una calma studiata:
— Che vuoi: ho ballato tanto, ho saltato tanto, ho cantato tanto, che finalmente mi sono annojata.

In seguito, la governante si provò a spingere più innanzi le sue interrogazioni. Ella voleva leggere nel cuore della giovinetta e strapparvi il segreto di questa quasi improvvisa melanconia — seppure un segreto esisteva. Ma accortasi poi che alle sue domande, Eugenia visibilmente soffriva, come sotto gli spasimi di una tortura, e gli occhi le si empivano di lacrime, dovette desistere e lasciarla in pace.

Fosse amore ?…

Ma come ?… La casa d’ Eugenia, si può dire, che fosse isolata dal resto del vicinato. Le finestre che davano sulla strada non si aprivano mai da un anno all’altro.  Il quartiere abitato dalla governante e dalla fanciulla restava sulla parte interna e corrispondeva in un giardino circondato da un altissimo muro.

Eppoi, Vittorina non era sempre li ? e quando mai abbandonava per un solo momento la fanciulla ?  Al teatro, ai passeggi, alle feste Eugenia non compariva mai. Ignara di questi divertimenti, non sapeva nemmeno desiderarli.

Intanto la buona e affettuosa governante , non poteva darsene pace. Ne tenne parola al Cavaliere, ma questi rispose sorridendo :
— Non vi faccia meraviglia, le ragazze sono come le giornate di marzo: ora è nuvolo, ora è sole.

E così passarono alcuni altri giorni, finché una mattina la governante fece animo risoluto e non reggendo più alla pena acutissima di vedere la giovanetta in quello stato d’abbattimento, si recò a casa di Santa-Fiora, onde persuaderlo della gravità del fatto.

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...