Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 6 – La finestra sul giardino -1


firenze-2016-07-05_029

Il Cavaliere di Santa-Fiora, dal momento che gli fu recapitata la lettera dal sigillo con sopra lo stile e la pistola, sentì mancarsi le forze, e cadde in un profondo letargo di spirito. Chiamato a sè Giovanni, gli disse che non era in casa per nessuno; che non voleva vedere nessuno. L’ordine era severissimo e non ammetteva eccezioni. In nove o dieci giorni di questa penosa clausura la floridezza di salute del Cavaliere appassì, come per malattia: le gote divennero vizze e cascanti, e alcuni capelli bianchi apparvero quasi istantaneamente sulla sua capigliatura conservatasi fino allora d’ un morato perfetto.
— Ma voi siete stato malato ? — disse madama Vittorina, fissando attentamente in faccia il Cavaliere.
— Malato ?… — rispose questi, dandosi un’ occhiata nello specchio — malato no : dite piuttosto incomodato. Ho avuto un’emicrania che mi ha confinato in casa per dieci giorni.
— Chi sa : forse gli strapazzi …
— Lo credo anch’io: mia buona amica, il male si è che non ci rassegniamo a invecchiare. Quando capita il quarto d’ora, vogliamo scherzare, ballare, correre, straviziare… eppoi ? … eppoi arriva la quaresima : e la quaresima, sapete bene, che è il purgatorio del Carnevale. Ma non parliamo più di me : e la mia bella Eugenia ?
— Doventa melanconica un giorno più dell’altro.
— E il medico cosa dice ?
— Non mi parlate dei medici in certi casi: credete forse che tutte le malattie si conoscano dal polso ?

Il  Cavaliere fece una breve pausa; poi riprese:
— Dunque … e il motivo di questa tristezza ? …
— Tocca a voi, che siete suo padre, a investigarlo. Venite là e ingegnatevi di farvelo confidare.
— Siamo alle solite: voi insistete a credere in una passione segreta, non è vero ? — domandò quasi scherzando Santa-Fiora.

Madama Vittorina non rispose.

— Ebbene : domani verrò là ! — disse il Cavaliere alzandosi — Intanto, mia buona amica, state pur di buon’animo, che il malumore d’ Eugenia non è cosa da metter pensiero.

Santa-Fiora accompagnò la governante fino alla porta di strada, ragionando sempre sullo stesso argomento.

La mattina dopo, all’ora solita della colazione. Eugenia non comparve. Madama Vittorina la chiamò più volte e nessuno rispose. Finalmente, dopo averla cercata invano per tutta la casa, andò in giardino, e là in fondo al viale, sotto una specie di pergolato, trovò la giovinetta, che stava accovacciata per terra, dinanzi alla solitaria ortensia, dinanzi al fiore delle sue simpatie e delle sue intime confidenze.

All’apparizione improvvisa della governante, Eugenia si scosse tutta, e s’alzò in piedi quasi impaurita. Per toglierla di giardino e per distrarla un poco dalla sua tristezza, madama Vittorina le disse:
— Vieni, figlia mia: andiamo in sala; i nervi questa mattina mi tormentano più del solito ; sento che un po’ di musica mi farà del bene.

Eugenia, ubbidiente, si lasciò condurre al piano-forte. Sul leggìo v’era uno spartito: i Puritani di Bellini.
— Musica divina ! — esclamò la governante: e aperto il libro a caso, capitò nel celebre quartetto: A te o cara.

La fanciulla, dopo aver preludiato a capriccio, attaccò l’amoroso motivo.
Che accento ! quale espressione! Pareva che l’anima d’ Eugenia si trasfondesse tutta in quel canto d’amore. Le sue pallidissime gote si erano a poco a poco leggermente colorite: i suoi occhi brillavano d’un fuoco celeste ; le sue piccole dita scorrevano sulla tastiera, convulse e agitate.
Terminato il quartetto, Eugenia seguitò ad accennare ad uno ad uno i motivi più ispirati e le frasi più melanconiche e appassionate dello spartito. Quando giunse alle parole d’ Elvira:

“ O rendetemi la speme
  O lasciatemi morir …” 

si trovò a cantarle a mezza voce. Il seno le palpitava violentemente : la voce divenne tremula, incerta : due lacrime, grosse come due perle, spuntarono sui begli occhi : le mani sbagliarono gli accordi …

Eugenia si arrestò improvvisamente, e chiuso lo spartito, si gettò al collo della governante, dando in un pianto dirottissimo.

[…]

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

2 Comments Add yours

  1. Patrizia M. scrive:

    Molto interessante, direi avvincente!!
    Saluti, Patrizia

    Mi piace

    1. Carlo Rossi scrive:

      Ti ringrazio.
      Saluti, Carlo

      Mi piace

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...