Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 6 – La finestra sul giardino -2


Firenze
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[…]

— Cos’ hai mia povera Eugenia ?… — le domandava tutta impaurita, madama Vittorina.
— Nulla… nulla… lasciami piangere… madre mia… — rispondeva singhiozzando la giovinetta, e si stringeva convulsivamente al collo della governante.

In questo mentre si udì una vettura fermarsi alla porta di strada.

Eugenia, come se qualcuno l’avesse chiamata, alzò il capo e stette in ascolto.
— E’ il padrone ! — disse Pietro, affacciandosi sulla porta di sala.
— Mio padre ?… — replicò vivamente Eugenia : e passandosi le mani sui capelli per ravviarli, e asciugandosi il viso tutto bagnato di lacrime, domandò sottovoce o con premura alla governante:
— Si vede che ho pianto ?
— No ! — rispose l’altra, per non farle dispiacere.

Eugenia dette un grosso sospiro, come per riaversi dal suo abbattimento ; quindi continuò sempre sottovoce :
— Bada di non dir nulla a mio padre, di queste mie fanciullaggini. Me ne avrei a male per tutta la vita: me lo prometti ?…

Vittorina esitava a rispondere.

— Sì, sì, me lo prometti, non è vero ? — ripigliava amorosamente la bella fanciulla; e dato un bacio  alla governante, attaccava, una polka conosciutissima, che aveva fatto gli onori di tutti i balli pubblici e privati del Carnevale.

Intanto il Cavaliere si presentava sulla porta di sala.

Eugenia si voltò e vedutolo, gli corse incontro saltando e ballando, come era suo costume.

Padre e figlia si abbracciarono con grandissima gioja, come se non si fossero veduti da qualche anno.

Il Cavaliere, dopo essersi intrattenuto per qualche tempo a discorrere di cose più o meno indifferenti, si voltò alla figlia e le domandò :
— E la tua Niobe ?
— Non è ancora finita.
— Dove l’hai ?
— Nella mia camera.
— Andiamo, voglio vederla.

Il Cavaliere osservò il disegno, lo lodò e ne fece mille complimenti alla graziosa disegnatrice. Quindi, non parendo suo fatto, chiamò a se Eugenia e cingendola amichevolmente con un braccio alla vita, cominciò a fissarla in viso, come persona che cerchi di sorprendere o d’investigare qualche segreto.

La muta contemplazione di quello bella fisonomia dove la fierezza e 1’orgoglio vi erano mirabilmente contemperati da una tinta diffusa di malinconia e di dolore, ebbe la triste virtù di richiamare alla mente del Cavaliere una memoria lontana lontana ; ma sempre viva, sempre presente, sempre dolorosa come una spina confitta nel cuore.
— Ah ! i morti non perdonano ! — disse brontolando Santa-Fiora; e preso da un indicibile sentimento d’ira, si morse i labbri, fino a farli sanguinare.

Eugenia non aveva notato nulla di questa feroce pantomima.

Per l’avanti, la presenza di suo padre era argomento a lei di strane fanciullaggini, di schiamazzo, di festa. Questa volta dissimulava a stento il suo malumore, e come persona che si vergogna del proprio imbarazzo, cercava divagare gli sguardi sui mille ninnoli che ingombravano la consoll della sua elegante cameretta.

[…]

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

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