Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 6 – La finestra sul giardino -3


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Firenze – Piazza S.Croce

[…]
— Non mi dici nulla ?… — le chiese, dopo qualche minuto di silenzio il Cavaliere, prendendola graziosamente per il mento.

— Non saprei cosa dirti…

— Mi sembri un poco abbattuta : è questa la seconda volta che nello spazio di quindici giorni, io vengo da te, e ti ho trovata molto cambiata ! Non sei più quella vispa fanciulla d’una volta, piena di brio e di vita. Perché così seria ?… Eh ? non avresti per caso l’idea di farti monaca e d’entrare in convento ? — concluse scherzando il Cavaliere.

Eugenia non rispose: alzò il suoi begli occhi turchini, e fissandoli in faccia a suo padre, sorrise mestamente.

— Credo di no — continuò il Cavaliere — sai bene che io non tengo molto a vederti Madre-badessa. Via, via : sarebbe davvero un peccato che un bel musino, come il tuo, dovesse andare a nascondersi per sempre fra quattro mura. Cos’è dunque questa malinconia ?

— Non lo so !… — rispose la giovinetta, la quale tremava come una foglia — vorrei dirtelo… ma non lo so neppur’io. Mi sforzo qualche volta d’essere allegra… e… sempre non mi riesce. Vorrei ridere e scherzare… e… qualche volta invece …

Eugenia si portò il fazzoletto agli occhi e fu interrotta dal pianto.

— Vieni qua, bella mia — ripigliava il Cavaliere, prodigandole mille parole affettuose e mille carezze — vieni qua, non piangere: tu nascondi nel cuore qualche  segreto che non mi vuoi confidare…

Vi fu un momento di pausa.

Eugenia aveva rialzato il capo.

Seduta sulle ginocchia di suo padre, ella restava dicontro alla finestra di camera.

Nel tempo che il Cavaliere studiava mentalmente il giro che bisognava dare al discorso, per indurre la figlia a svelargli il segreto motivo della sua tristezza, la fanciulla teneva gli occhi fissi e rivolti verso il giardino.

Ella guardava attentamente e con una specie d’ansia affannosa.

Il padre, sopraffatto dall’idea che lo dominava in quel momento, non s’era accorto della fissazione della figlia.

A poco a poco, la fisoinomia d’Eugenia cominciò ad animarsi: le gote si colorivano: il sangue scorreva più veloce nelle vene; un’allegrezza nuova, insolita le brillò su tutta la faccia.

Eugenia non batteva palpebra !

In fondo al giardino corrispondeva la parte interna di una casa situata nella strada opposta.

Sulla facciata a tergo di questa casa scorgevasi una finestra, le di cui imposte erano rimaste chiuse ermeticamente per diverse settimane.

Questa finestra si apri ad un tratto.

Chi l’aveva aperta ?…  Qual’era la figura che si vedeva affacciata dentro i cristalli ? …

Il Cavaliere continuava la sua esortazione, allorquando Eugenia lo interruppe, dicendogli:

— Ma non vedi, padre mio… che la malinconia in me è una malattia passeggera : un capriccio che va e viene ; ora tutto è finito… mi sento meglio !…

E nel dir ciò, la figlia saltava giù dalle ginocchia di suo padre, e lo abbracciava con quella allegrezza e quella festa, un pò smodata, come era solita di fare per il passato.

Il Cavaliere, lieto di questo cambiamento, la copriva di baci.

— Che venga a vederti. Madama Vittorina : eppoi mi dica se ho ragione — gridava Santa-Fiora tutto contento — Tu sei la più cara pazzerella di questo mondo.

 

 

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

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