Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 7 – Un concerto in casa di Lady Clara -2


pianoforte

[…]

Il concerto si aprì con una romanza mugolata sotto voce da una giovinetta inglese, che aveva pagato, in due anni, tremila franchi di lezioni a un celebre maestro italiano, per acquistare il diritto di cantare venti battute di musica, senza l’obbligo d’intuonare,  e di andare a tempo.

Alla seconda parte della romanza, molti sbadigliavano; moltissimi avevano sbadigliato: il resto si disponeva a sbadigliare.

Ahimè ! dopo la quintessenza dell’erba cassia, non c’è nulla in questo mondo di tanto disgustoso, quanto la buona musica cantata male !

Poi vennero i duetti e i terzetti: finalmente toccò al pianista.

Quest’Attila dei pianoforti, che traversava Firenze a volo, per quindi recarsi a Parigi e a Londra, dove ansiosamente lo attendevano (a detta dei giornali) i concerti del Faubourg Saint-Gcrmain e le serate musicali del Principe di Galles e del Duca di Devonshire, era un importantissimo regalo che Lady Clara intendeva di fare ai suoi nobili convitati.

Si presentò al piano-forte un giovine pallido e smunto, sigillato dentro un frack di panno nero, le di cui maniche corte e striminzite lasciavano scappar fuori due lunghe mestole angolute e nervose, facenti-funzioni di mani.

Il rivale di Listz, dopo essersi passato con tutta flemma un fazzoletto bianco sulla fronte, e dopo aver rasciugato il sudore dalle madide dita, gettò una lunghissima occhiata intorno alla sala, quasi cercasse fra la folla la donna dei suoi pensieri, la musa ispiratrice delle sue melodie.

Un profondo silenzio regnava in tutta l’udienza.

Il pezzo ebbe principio con diciotto accordi fulminanti, che andarono dalle note bassissime dello strumento fino all’ultimo tasto degli acuti.

Dopo avere imposto la serietà e l’attenzione per mezzo di questa grandinata di minime e di semiminime, il virtuoso si risolvette alla fine, sebbene con suo visibilissimo rammarico, a posare le mani sui tasti di mezzo del piano-forte.

Allora cominciò un adagio lentissimo e stentato, di una misura indecifrabile e resa ancor più incerta e diseguale, dalle mille rifioriture che vi spargeva sopra l’artista.

Al seguito di questo tema anodino, vennero le variazioni, le quali, come se fossero serpenti a sonagli, cominciarono a svolgere gl’infiniti anelli delle loro interminabili spire.

Il pianista ora agguantava il povero motivo colla mano destra: poi, come fosse un gingillo elastico, lo passava nella sinistra: e cosi, palleggiandolo in su e in giù, senza posa e senza respiro, ora lo cacciava proprio in cima agli acuti, quasi fuori della tastiera, ora lo spingeva a ruzzoloni nelle note basse e profondissime dello strumento.

Tutto ad un tratto, il turbinìo si tacque, e vi fu un momento di sospensione.

Il pianista , durante la pausa, contò col movimento del capo e della persona alcune battute d’aspetto, dandosi quell’ aria terribile d’un tiranno da tragedia che dica : Tremate tutti ! …

Fatto ciò, egli riprese furiosamente il suo innocentissimo motivo per i capelli ; gli staccò un braccio, gli tagliò una gamba, gli sformò la faccia, gli allungò la testa, lo ridusse un gomitolo, un ecceomo: — poi lo attorcigliò, lo stritolò e lo sfigurò così stranamente sotto le sue dita feroci, che lo ridusse un sei-otto, da un semplice tempo-in-due, come era stato sempre, fino dalla sua nascita e dal suo principio.

Gli uditori trasportati dal sacro entusiasmo dell’artista, cominciarono, senza avvedersene, a segnare le battute accelerate della grande stretta con alcuni movimenti insensibili di capo : poi, questi movimenti a poco a poco rinforzarono : finalmente tutti i piedi, tutte le mani, tutte le teste e tutti i ventagli che si trovavano nella sala formarono un grande insieme, battendo e accompagnando simultaneamente il tempo velocissimo e cadenzato, che il pianista aveva saputo imprimere alla sua gran variazione.

Terminato il pezzo, l’ ex-ufficiale di marina profittò del delirio universale per dare liberissimo sfogo a un prepotente sbadiglio, che si era provato già due o tre volte a sforzargli la clausura della bocca.

 […]

 

 

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

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