Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 7 – Un concerto in casa di Lady Clara -5


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[…]

Alcuni giovani, riunitisi intorno ad un tavolino, avevano improvvisato una piccola partita di maccao. Con venti napoleoni di capitale, il banchiere aveva avuto la sorte di vedersi davanti un mucchio assai rispettabile d’oro e qualche foglio di banca.

Il cuore gli diceva di passare le carte ; ma la smania di fare lo spirito-forte e l’ambizione di mostrarsi giuocatore avvezzo, costringevano Torralba a proseguire suo malgrado.
— Signori , fate il vostro giuoco — disse il banchiere con voce sottile e tremante. Il povero diavolo aveva addosso la febbre della paura.

I puntatori, scoraggiati, non si mossero.

Allora, in mezzo al silenzio del tavolino, si udì una voce stentorea di basso profondo, che gridò:
— Quant’è il banco ?

Era la voce del conte Calami.

A quella domanda, Torralba alzò gli occhi e poco mancò che non cadesse in deliquio per la forte emozione.
— Quant’ è il banco ? — ripetè il Calami, con tuono imperativo.

Il banchiere contò tremando i gruppetti d’oro e i fogli che aveva dinanzi; poi con voce di persona svenuta, balbettò alla peggio :
— Otto mila franchi.
— Carte nuove, e banco ! — disse il conte, gettando sul tavolino un piccolo porta-foglio chiuso.

Torralba ubbidì. Le tempie gli battevano forte: un sudore freddo gli colava dalla fronte: vedeva tutti gli oggetti della stanza alterati di forma e di colore.
— Il mio giuoco è fatto ! — disse il banchiere.
— Un mazzetto di scarto, e via ! — soggiunse il puntatore, ponendosi a sedere.

Furono date le carte.

— O … O … Otto! — disse il banchiere, mostrando le sue carte in tavola.

Il conte Calami, senza scomporsi nè punto nè poco, guardò le carte che aveva davanti e, gettandole fra gli scarti, tornò a gridare col massimo sangue freddo :
— Banco !

Altra stoccata mortale al cuore di Torralba. Ma ormai era in ballo, e bisognava ballare.

Quando i latini dissero audaces fortuna juvat (la fortuna ajuta gli audaci) probabilmente ebbero in mente di dire più presto una cosa bella che una cosa vera.

Perocché la vilissima fortuna, particolarmente ai tavolini di giuoco (ed è quello il suo regno) assiste sempre i paurosi e gl’inetti. La storia è storia, e un dettato latino non basta a farla cambiare d’aspetto.

Difatti il banchiere (che era più morto che vivo) dopo aver battuto la prima volta di otto, la seconda batté di nove !
— Ora son convinto ! — disse il Calami, mordendo le carte che aveva in mano: e raccolto il portafoglio di sulla tavola, se lo ripose nella tasca del vestito.

A quella mossa, lo sciagurato Torralba doventò di sale.

Senza aver forza di fiatare, né di dir sillaba, restò colle carte in mano, colla bocca aperta e cogli occhi fìssi e incantati nel viso del conte.

Questi gli domandò :
— Dove posso vedervi domani, per i 24 mila franchi che vi devo ?
— Eh ? — soggiunse il banchiere, coll’aria stupida e smarrita d’una persona, che si sveglia sognando.
— Vorrei sapere dove domani ci possiamo vedere per la quietanza del mio debito — ripetè il Calami con un po’ di bizza.
— Ah ! — disse l’altro: e quest’esclamazione fu accompagnata da un lungo sbadiglio, indizio certo della convulsione che internamente lo agitava.
— Passerò da voi — a che ora siete in casa? — domandò il conte.
— A che ora ? — riprese Torralba con ansia crudele — A tutte le ore.
— Cioè ?
— Cioè, dalle 6 della mattina fino alle 11 della sera.

Gli spettatori di questa scena non poterono fare a meno d’irrompere in una cordialissima risata.

Il conte Calami stette un momento soprappensiero : poi soggiunse:
— Vi dispiacerebbe, invece, di passare da me ?
— Anzi : e l’ ora ?
— Da mezzogiorno al tocco.
— Da mezzogiorno al tocco — ripete il banchiere, quasi per calcarselo bene nella memoria: quindi, tirato fuori un piccolo taccuino, vi segnò sopra col lapis — 24 mila franchi — da mezzogiorno al tocco.

[…]

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

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