Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 7 – Un concerto in casa di Lady Clara -6


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[…]

Colla rapidità del baleno, nella sala da ballo era circolata la voce della forte perdita sofferta dal Calami.
— Pagherà? — domandava qualcuno.
— Garantisco io, che non paga ! — soggiunse il marchesino Teodori, (conosciutissimo a tutti i tavolini per la sua abitudine di perdere e di non pagar mai !)
— Sentiamo un po’ se Torralba volesse vendere il suo credito…
— Quanto gli daresti ?
— Cinque franchi — a quattrini ripresi.
— Povero conte — esclamava con aria finta di compassione, una giovine signora — Almeno una volta aveva la sorella che lo poteva ajutare…
— Era molto ricca ? — chiese Miloro, che fin’ allora si era serbato estraneo alla conversazione.
— Ricca no : ma la volevano bella !
— Sicuro ! — osservava il Segretario Gastone — fra la sorella e quel principe vallacco, amico di casa, Amerigo se la passava discretamente.
— Jesus Maria ! siete peggio della campana del bargello : suonate sempre a vitupero ! — gridava una vecchia Marchesa, che aveva portato nelle sale magnatizie il vernacolo dei Camaldoli di San-Friano.
— Eppoi… — continuava un altro — Amerigo da qualche tempo in quà non si occupa più di politica: quando si occupava di politica… te ne rammenti ?… allora marciava da gran signore.
— E’ segno che lo pagavano bene ! — soggiunse ridendo Santa-Fiora.
— Lo sappiamo no’altri, poveri liberali ! — disse il marchesino Teodori.

Alla parola liberale, il segretario Gastone dette un occhiata fuggiasca all’intorno, e facendo fìnta che qualcuno lo avesse chiamato, si girò con disinvoltura sui calcagni verso la parte opposta della sala.

In questo mentre, sopraggiunse il conte Calami — e la conversazione rimase interrotta.

Tutti gli si affollarono precipitosamente dattorno, come si potrebbe fare a un gentlemen-rider, che avesse vinto la corsa. Chi lo prese per la mano; chi gli disse una cosa, chi un’altra — insomma, fu una gara di parole cortesi e di proteste d’amicizia.

Miloro credeva di sognare!

Il giovine ufficiale non sapeva comprendere come mai si potesse far buon viso e circuire di tante carezze un individuo, di cui si era tanto sparlato, e sul quale posavano addebiti sì vergognosi !

Miloro era ancora novizio degli usi e delle costumanze del paese nostro. Egli non aveva imparato che le scene di questo genere, a Firenze, si ripetono tutti i giorni, a tutte l’ore e in tutti gli ordini della società.

Qui, fra noi, la maldicenza è compensata da una tolleranza strabocchevole ! Guai se non fosse così !

La città doventerebbe ben presto una Certosa, dove ogni cittadino sarebbe costretto a vivere isolato nella sua cella, per non trovarsi a contatto di quelle persone che egli vitupera o che sente vituperate dagli altri !
— Avevo bisogno d’un’emozione — disse il Conte agli amici che gli stavano d’intorno.
— Ventiquattromila franchi ! — soggiunse Stanislao — non sono poi una gran perdita per te !
— Certo — riprese il conte — che per questa somma, non mi persuado ancora della opportunità di bruciarmi il cervello. Anzi, se volete farmi un regalo, domani vi aspetto a dejeuner a casa mia.

Il Conte invitò nominalmente Santa-Fiora, Stanislao e Gastone,
— A che ora dobbiamo venire ? — disse Zeffirino facendosi avanti e invitandosi da sè.
— Verso le undici: v’accomoda ?
— Sta bene — ripeterono tutti in coro.

Zeffìrino si trovava dappertutto, per la gran ragione che si ficcava dappertutto. Era uno di quegli esseri privilegiati (e Dio sa se ve n’ha penuria a Firenze !) dalla faccia tosta e inverniciata, pei quali l’amor proprio e la dignità, sono vocaboli affatto privi di significato.

Gl’individui di questa specie hanno uno stomaco di bronzo capace di digerire sul momento qualunque spostatura, qualunque mal garbo, qualunque fredda accoglienza.

Poco o nulla si curano di sapere se in un tal luogo giungeranno inopportuni, o se vi saranno bene accolti o no : tutto il loro pensiero è quello d’introdurvisi : una volta che ci sono, ci stanno — e ci stanno a dispetto dei padroni di casa, della conversazione e perfino della servitù.

Così, a poco a poco, e a furia d’insistenza e d’ingegnosa servilità, arrivano a farsi tollerare : poi, coll’andar del tempo, doventano anch’essi parte integrante della conversazione : e se non si smarriscono a mezza strada, finiscono il più delle volte coll’ imporsi agli altri, e col diventare i despoti delle società e delle case, dove sono soliti intervenire.

Questa, poco più poco meno, è la storia di tutti gl’impudenti.

Lasciatemelo dire: la modestia è una virtù a carico: è una tara che l’ uomo fa sopra sè medesimo !

Il mondo sarà sempre di coloro che hanno la gran virtù di sapersi ficcare!

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. ah, i vecchi, sani valori di una volta 🙂

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