Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 8 – Una disgressione


Firenze - Ponte Vecchio
Firenze – Ponte Vecchio – immagine tratta da “Firenze e la Toscana” di E.Muntz – 1899 – Fratelli Treves Editori

— Ogni paese ha i suoi misteri — mi diceva giorni or sono una graziosa donnetta sui trent’anni, che ha poco spirito e molti capelli.
— Non è vero — risposi io — Firenze, per esempio, non ha misteri. Delle mura della nostra città si potrebbe dire quel che dicono gli scrittori di tragedie delle mura di Corte, cioè, che hanno degli occhi per vedere e degli orecchi per ascoltare. Qui ogni casa ha il suo eco, e le pareti e i muri maestri, che dividono le stanze e i quartieri, sono di tela rada e bucherellata, come le scene da teatro. Così la cronaca pubblica è informata di tutto e di tutti. Due terzi delle cose si sanno: l’altro terzo si tira a indovinare, e, occorrendo, s’inventa. Oh! andatemi adesso a sostenere che anche Firenze ha i suoi misteri.
— E se ne siete convinto, come mai vi è saltato in capo il grillo di mettere il titolo di Misteri, al vostro racconto ?
— Perché … perché … Domandatelo al mio Editore.
— Cosa c’entra l’Editore ?
— L’Editore c’entra benissimo. Esso credeva fermamente che questo titolo dovesse portar fortuna al lavoro.
— Eccone un’altra delle belle !
— Non ridete, perchè ancor’ io credo in buona fede che, ai tempi che corrono, i nomi facciano molte volte le cose. Un bel nome, un bel titolo è sempre una certa garanzia per l’esito dell’operazione. Saranno ubie, lo so, ma io ritengo, per dirvene una, che se il Professore Girolamo Pagliano, invece di chiamarsi con questo nome che riempie la bocca e pare una cannonata, si fosse chiamalo semplicemente col vostro o col mio casato, aventi una meschinissima desinenza in ini, il suo famigerato sciroppo non avrebbe ottenuto lo spaccio favoloso, che tutti sanno. È vero, che gl’intestini della povera umanità ci avrebbero guadagnato un tanto, ma la cassetta del professore sarebbe rimasta sulle secche di Barberìa.
— Tutto sta bene: dice il vero, però non so capire come mai sia lecito di porre il titolo di Misteri a un libro che non si occupa di misteri.
— Mio Dio ! e quando mai fu necessario che il nome corrispondesse esattamente alla cosa ? E perchè voi, per esempio, vi chiamate Penelope, credete forse che vi si renda indispensabile di passare le vostre nottate a disfare una tela ? e perchè al vostro marito, buon’anima, avevano apposto l’ appellativo d’Ulisse, ne veniva forse di conseguenza che egli dovesse presentare i certificati d’aver fatto per dieci anni l’assedio di Troja ?…
— Ma dunque, in grazia, si può egli sapere che cosa armeggiate colle vostre scene sociali ?
— Vi dirò: la mia vocazione mi ha chiamato fin da piccolo al Romanzo Sociale. Più volte ho tentato riempire questa lacuna della italiana letteratura, ma dopo lungo stillarmi il cervello, mi son dovuto convincere che Firenze non era terreno da romanzi. Accingetivi, per esempio, a fare un racconto sociale contemporaneo : credete voi che sia facile di mettere la scena principale nella nostra città ? No! — Se voi lo fate, scommetto cento contr’uno, che due terzi dei vostri lettori perderanno l’illusione del verosimile. Prendetemi i Misteri di Parigi, di Eugenio Sue. Leggendo questo racconto, voi credete di assistere a dei fatti veri, a degli avvenimenti che sembrano storici, perchè il romanziere, all’ occorenza, vi dice il nome della strada, il numero degli usci, il piano della casa, l’insegna della taverna : e questi recapiti servono mirabilmente a dare un colore locale alla scena e una tinta di verità storica al fatto che raccontate. E ciò si capisce e si ammette facilmente : perchè nei grandi centri, come Londra e Parigi, dove un operaio può comodamente morir di fame, o d’asfissia, senza che l’inquilino che abita il piano di sotto o di sopra, ne sappia nulla, tutto diventa probabile, tutto si rende possibile. Ma qui fra noi la cosa è diversa. Se mettete la scena in Firenze, e se gli avvenimenti che vi disponete a riferire, hanno qualcosa dello straordinario, il lettore fiorentino si pone subito in guardia, come se vogliate vendergli lucciole per lanterne, e dopo poche pagine, chiude il vostro libro con un’ironica scrollatina di testa. Come mai — dice egli tra sè — possono essere accadute tutte queste cose, senza che io n’abbia avuto il minimo cenno ? — forse voi osserverete che questo soliloquio a prima giunta sembra un tantino comico : ma pure è cosi naturale, cosi istintivo, cosi inerente alla natura del lettore, che sarebbe follia volerlo impugnare o mettere in dubbio !  E quando il lettore ha ragionato fra i denti in siffatta guisa, credetemi pure che il vostro libro ha perduto il gran prestigio del verosimile, e il romanzo finisce col diventare insipido c inconcludente, come i celebri racconti della nonna, intorno al canto del fuoco.
— Non dite male !
— Anzi dico bene. Difatti, quando voi leggete nei romanzi francesi il nome di una strada o il numero di una porta, quel numero e quel nome per gli stessi abitanti di Parigi rappresentano semplicemente due punti topografici qualunque, dove possono benissimo essere accaduti i fatti che il romanziere racconta. Ma quando in un romanzo contemporaneo fiorentino vi saltasse l’estro di notare una strada o una porta di casa, trovereste cento, trecento, mille, che sarebbero in caso di dirvi con tutta esattezza chi abita il quartiere da voi designato e posto in scena, e il nome, cognome, professione … e moralità di tutti gli inquilini che successivamente vi presero domicilio, da quarant’anni a questa parte. In conclusione, è verosimile per ogni lettore che a Londra e a Parigi abbiano luogo dei fatti , noti soltanto al romanziere che li racconta: ma egli è poi altrettanto inverosimile che possano succedere in Firenze degli avvenimenti un poco complicati o di qualche importanza, senza che due buoni terzi dei lettori fiorentini non ne sappiano un fico !…
— Tutti ottimi discorsi: ma rispondetemi un poco a tuono: se i vostri Misteri non sono misteri (e di questo me n’ero accorta, perchè in tutto il primo fascicolo non ho trovato nè uno Scannatore, nè un Maestro di scuola, nè un Principe travestito, nè una Civetta) ; se il vostro romanzo non è un romanzo, perchè il romanzo sociale, a detta vostra, non può metter erba a Firenze; se il titolo non corrisponde al libro e se il libro non corrisponde al titolo del frontespizio, si potrebbe almeno sapere, così a quattr’occhi, cosa intendete di fare con questo lavoro?
— Questo è un mistero : dirò di più : questo è il solo mistero che si trovi realmente nei miei Misteri di Firenze. Vi prego dunque a volerlo rispettare, perchè, credetelo pure, ho tutte le mie buone ragioni per non confidarlo ad alcuno.

E qui finisce la discussione.

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

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