Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 9 – Seguito -1


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Firenze

La mattina seguente, Torralba usciva dal gabinetto del Conte Calami. Aveva i capelli scomposti : gli occhi vitrei e dilatati: le labbra contratte da una crispazione nervosa.
Nous sommes quittes ! — disse il Conte volgendosi agli amici che aveva lasciati a tavola — Quittes ! non è vero Sig. Torralba ?
Quittes ! — ripetè questi macchinalmente; e accompagnò la parola con un movimento alternativo del capo.
— E la quietanza — continuò il Conte, quasi scherzando — è stata regolata alla mercantile : da una parte i denari e dall’altra due righe di ricevuta.
— Davvero ? — disse Santa-Fiora.
— Carta canta — soggiunse il Calami, e nel dir così gettò un foglio sulla tavola.

Poi seguitò:
— La colpa non è mia : non è già che io serbassi della fiducia per il Sig. Torralba, e che potessi crederlo capace di tornar fuori con un credito già saldato. Dio me ne guardi ! Egli è che noi galantuomini, al giorno d’oggi, siamo ridotti così rari e cosi ipotetici, che per esser creduti, abbiamo sempre bisogno dei documenti alla mano.

A questa parlantina fatta sul serio, Santa-Fiora toccò leggermente col piede, di sotto la tavola, la gamba di Stanislao : e questi passò la pedata a Gastone : come se tutti e tre avessero voluto dire : — che sfacciato!

Torralba era rimasto immobile e duro, col cappello in testa e colle mani infilate nelle tasche di un lungo paletot bigio-chiaro.
— Mi dispiace — riprese il Conte, volgendogli la parola — che siate giunto un quarto d’ora più tardi: altrimenti avrei potuto offrirvi un saggio di sardine che ho fatte venire da Nantes, la scorsa settimana, col mezzo della posta.
— Bel tratto ! — disse Stanislao ridendo — offrire delle sardine a un uomo che vi alleggerisce lo scrigno di 24 mila franchi effettivi.
— E perchè no ? — riprese il Calami — oramai si sa: noi giuocatori siamo come i Cavalieri antichi : ci battiamo a tutt’oltranza, finché siamo dentro lo steccato.
— Ossia, finché siamo al tavolino — osservò Gastone, contentissimo di aver dilucidato il discorso del Calami con questo prezioso commento.
— Fuori dello steccato — seguitò il Conte — tutto è finito: ci diamo la mano e più amici di prima.

E in così dire, il Conte stese la mano a Torralba: ma questi non si mosse.
— Volete dell’anisetta di Amsterdam ? — gli chiese il Calami, dopo qualche minuto secondo di silenzio — e toccò colla mano una bottiglia.
— Grazie — soggiunse l’altro.
— Del gin ? — (e toccò un’altra bottiglia.)
— Grazie.
— Dell’anisetta di Bordeaux ? — (e toccò una terza bottiglia.)
— Grazie, grazie, grazie ! — gridò Torralba, scuotendosi inferocito : — Avete dell’arsenico, dell’acido prussico, del piombo liquefatto ?
— Misericordia ! — urlarono all’uniscono Santa-Fiora, Gastone, e Stanislao — meditate un suicidio, con 24 mila franchi nel portafoglio.

Torralba dette in uno scroscio di risa. Pareva uscito di cervello !
— Addio ! — poi disse ad un tratto, e s’avviò verso la porta del salotto per andarsene.
— Addio. — ripeterono gli altri.
— Mille cose da parte mia alla signora Amelia. — gridò Gastone.

A questo nome Torralba si fermò, e, voltandosi indietro, spianò un pajo d’occhi, che sembrava gli scappassero dalla testa.

Quindi se ne andò inciampicando e traballando, come un ubriaco.
— Vedete che cosa sono le emozioni ! — disse Amerigo freddamente — Ecco là come si riduce un miserabile che non ebbe mai l’occasione di sentirsi per le tasche 24 mila franchi in fogli di banca.
— A proposito, — soggiunse Gastone — avete veduto gli occhi che mi ha fatto, quando gli ho nominato sua moglie ? Che sia geloso anche di me ?

In questo mentre, entrò il cameriere del Calami ed annunziò la principessa Donna Alfonsa di Samo-Sierra.  Tutti rimasero meravigliati di questa visita strana : il Conte più degli altri.
— Che ti voglia dare un canonicato ? — disse sorridendo Santa-Fiora al conte.
— Chi lo sa ! — riprese questi, aggiustandosi in tutta fretta la cravatta, e ravviandosi i capelli — poi continuò canterellando :  Vengan denari, al resto son qua io.

Intanto i tre invitati, aperta una piccola porta, sparirono, l’un dietro l’altro, per un piccolo anditino che metteva sulle scale. Appena che furono fuori dell’uscio di casa, si soffermarono simultaneamente, guardandosi in viso con atto comico ed espressivo.
— Ehi — disse Gastone con una scrollatina di capo — credete voi che l’amico abbia pagato?
— Neppure se l’avessi visto coi propri miei occhi — riprese Stanislao : poi continuò : — Vivaddio : bisogna avere delle faccie inverniciate, come la sua ! Pazienza non pagare i debiti del sarto o del calzolajo… ma neppure i debiti d’onore, i debiti di tavolino !… Pouah ! ça rèvolte ! — e storse la bocca, con atto di profondo disgusto.

[…]

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

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