Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 9 – Seguito -4


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Firenze – Palazzo Strozzi – Immagine tratta dal libro “Firenze” di Nello Tarchiani – 1915

[…]

Dopo pochi minuti, i due giovani uscivano insieme dalla festa di lady Clara.
Era una magnifica serata : una di quelle serate fredde, asciutte, serene, stellate, le quali vengono di tanto in tanto a far fede come, mille o due mila anni indietro, dev’essere esistito realmente qualche cosa che meritava a buon dritto il nome di bel cielo d’ Italia !

Cammin facendo e ragionando (per dirla come dicono i Fiorentini) del più e del meno, Miloro s’interruppe ad un tratto e domandò con vivo interesse al suo compagno:
— Non ti è venuto mai fatto, per caso, di sentir pronunziare in Firenze il nome di Ruggiero Draconi ?
— Draconi ? — ripetè l’Avvocato soffermandosi e ponendosi una mano al mento, in atto di persona che recapitola le sue idee — Questo nome mi è nuovo.
— E’ sempre così ! — disse Miloro, serrando rabbiosamente i pugni.

L’ Avvocato avrebbe voluto domandare la ragione di quest’uscita : ma poi, temendo forse di essere indiscreto, castigò la sua curiosità e si tacque.

Fatti altri pochi passi insieme, i due amici si lasciarono.

La sera del giorno susseguente , l’avvocato presentò il giovine ex-ufficiale ai capi delia società.

L’adunanza era stata convocata unicamente per dar lettura d’un foglio arrivato nella settimana dal Comitato italiano di Londra. Nella sala si trovavano da trenta persone, diverse per età, per indole, per condizione.

Giovani avvocati, studenti di medicina, artisti, qualche nobile smarrito, negozianti, letterati, mestieranti, — e perfino un prete — animati tutti (almeno apparentemente) dal medesimo spirito e dalla medesima fede, formavano, raccolti insieme, un corpo fantastico, un ente strano e bizzarro intarsiato di tutti i colori e di tutte le mezze-tinte che rappresentano i diversi ordini della società.

Le tornate si facevano in una vasta sala terrena di un antico palazzo di via Ghibellina. Il soffitto era a volta reale.

Sciolta l’adunanza, i fratelli cominciarono a sfilar fuori a due e a tre, adoperando tutte le cautele possibili onde evitare qualunque pubblicità, ed eludere la vigilanza della polizia.

Avvezzo all’aria libera d’un paese libero, cresciuto in mezzo a un popolo che gode per antico retaggio politico del sacro diritto di manifestare la sua franca opinione alla luce aperta del sole, Giovanni Miloro stava contemplando il radunarsi e lo sciogliersi di quella combriccola segreta, con una specie di estatica curiosità, come se egli avesse assistito per la prima volta alla celebrazione d’un rito druidico nelle vergini foreste della Gallia, o alla consumazione di qualche sabba sotto il vecchio noce di Benevento.

All’ombra di quel mistero, il giovine adepto si sentì preso, come da un profondo sentimento di religione — e subitamente gli parve che non vi potessero essere al mondo nè minacce, nè lusinghe da fargli in qualunque tempo disertare il segno della sua bandiera.

Dirò una cosa vecchia, ma vera : — il mistero, nelle cose di questo mondo, fu sempre grande argomento di poesia e di fede — e quel pericolo, che, a guisa della spada di Damocle, pende continuamente sul capo delle società segrete, quel pericolo, cioè, di trovarsi da un momento all’altro scoperte e tradite, invece di prostrare gli spiriti, sublima le menti, accende le fantasie, raffina il coraggio — e predispone anche i pusillanimi a guardare con occhio intrepido il procelloso avvenire.

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

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