Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 10 – I due popolani -1


braccio-di-ferro
Braccio di Ferro – immagine tratta dal libro di Carlo Lorenzini (Collodi) “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857

II primo giorno di Quaresima, ossia la mattina dopo l’ultimo veglione della Pergola, un giovine popolano, di statura ben formato, con un berretto di pelone in capo, e una carniera di frustagno gettata sulle spalle, entrò dentro l’uscio d’una modestissima casa di via S. Agostino. Salita una piccola scaletta, si fermò dinanzi a una porta che restava sul pianerottolo, e fece un fischio.
— Apri, Nanni, a Braccio-di-Ferro — disse di dentro una voce maschile e leggermente fioca.

Un ragazzetto di quattordici anni all’incirca, di fisonomia svegliatissima e di capelli ricciuti e d’un rosso fiammante, venne ad aprire.
— Buon giorno Maestro Andrea — disse Braccio-di-Ferro, entrando dentro e portandosi una mano al berretto, all’uso dei militari.
— Che notizie ci sono ?
— Buone ! — rispose Maestro Andrea, alzando il capo dal tornio, dove stava lavorando. — Ha dormito tutta la notte, e per ora non si è fatto vivo.
— Meglio cosi !
— Se Dio gli vuol bene, io credo che fra due o tre giorni potrà tornarsene a casa, sano come una lasca. Fortunatamente, son tutti lividi e ammaccature !
— Chi lo sa, Maestro Andrea, cosa avrete detto stanotte, quando sono venuto a svegliarvi a quell’ora ?
— C’era poco da dire — rispose il vecchio, quasi impermalito — Non siamo forse obbligati a darsi tutti una mano ? E se io non posso pagare della persona, perché ho i miei sessantanni suonati sulle spalle, ell’è giusta che paghi in qualche modo, col rendere almeno di questi piccoli servigi… ai miei fratelli.
— Avete ragione.
— Povero diavolo! Come l’avevano conciato quei cani ! — disse il vecchio.
— Eppure voleva tornarsene a casa sua. Ma lasciarlo tornare a casa, sarebbe stata la stessa cosa che metterlo in bocca al lupo. Nella nottata probabilmente sarebbero andati a trovarlo, perchè la polizia, se lo dite a me, aveva paglia in becco !… L’avrei condotto a casa mia: ma sapete come l’è fatta la mi’ vecchia ! l’era capace di fare un piangisteo fino a giorno: oh! la conosco: ed io bisogna che dica la verità : sono un ragazzo, sono un imbecille: non la possa veder piangere la mi’ vecchia… Mi fa serratura alla gola.
— Tu se’ un bravo figliolo ! — disse Maestro Andrea, battendo una mano sulla spalla del giovanotto: poi domandò :
— Ma si può sapere come è andata ?
— Non lo so neppur’ io. Io so che ero in teatro e che aveva per l’appunto dato l’aire a quelle farfalle… capite ?…
— Ho capito ! — rispose il vecchio.
— Quando a un tratto vengono cinque o sei dominò, colla stella rossa… (era il nostro segnale per riconoscersi) e mi dicono : vieni via con noi : uno dei nostri è inseguito… Detto fatto, usciamo in istrada. Per dove si va ? chi ne dice una, chi un’altra. Finalmente andiamo in piazza del Duomo, e su per via Calzajoli e piazza del Granduca. Quando siamo in Mercato-Nuovo, eccoti un nuvolo di gente, un parapiglia di casa del diavolo. A furia di gomitate, ci spingiamo innanzi e riconosciamo il nostro confratello Io non sto a dire cosa è e cosa non è : mi tiro un passo indietro e lascio andare un colpo sulla testa del più accanito… E sapete, Maestro Andrea, dove batte uno di questi, non ci rimette pelo !

Nel dir così, Braccio-di-Ferro scaricò sulla tavola un pugno cosi violento, che fece rintronare tutta la casa.
— Zitto ! — disse il vecchio — C’è quello di là che dorme.
— Avete ragione, Maestro Andrea — riprese il giovanotto dolente di essersi un po’ troppo lasciato andare — Compatitemi: che ci volete fare ? ogni volta che si ragiona di menar le mani, i’ sono come i predicatori quando fan la predica sulla limosina: mi si riscalda subilo l’estro della fantasia.
— E cosi ?
— E così, come vi dico, in quattro e quattr’otto, facemmo piazza pulita e… e i gatti dovettero lasciare il topo… Giunti sul Ponte-Vecchio, l’amico e io buttammo il nostro dominò in Arno, capite ?… per evitare il caso d’ essere scontrati e riconosciuti. Poi… poi siamo venuti a svegliare Maestro Andrea…
— Avete fatto bene — interruppe il vecchio.
— Insomma l’è stata una nottata di gran lavorìo.
— E nessuno dei nostri si è compromesso ?
— Nessuno.
— Nemmeno l’ Avvocato ?
— L’ Avvocato non c’era !
— Come ?… non c’era ? — disse Maestro Andrea, alzando il capo dal lavoro, e mettendosi gli occhiali.
— L’ Avvocato era a letto colla febbre — riprese il giovine.
— Gran danno ! — disse il vecchio, con aria di rammarico — mancando l’ Avvocato, mancava il pernio, la testa dell’operazione.
— Eppure, anche senza lui, le cose sono camminate per il su’ verso.
— Lo credo, lo credo: ma il vuoto bisogna bene che l’abbiate sentito. Gran testa, quell’Avvocato ! e che cuore ! e che fuoco ! Venti di quegli uomini là, eppoi ti farei vedere…
— Il fatto sta — continuò Braccio-di-Ferro — che il Bifronti è disgraziato, perchè ogni volta che c’è da mostrare la faccia… ogni volta che c’è da entrare in ballo per davvero… gli accade sempre qualche malanno. Vi rammentate quando si doveva fare quell’altra dimostrazione ?…
— Se me ne rammento ! — disse Maestro Andrea — l’avea proposta lui, lui !… Io non voglio far torto a nessuno: ma in tutto il Comitato, chi altri mai poteva avere il coraggio di proporre una dimostrazione di quella fatta ?…
— E’ vero: ma insomma, mi ricordo, che anche allora, quando fummo a tocco e non tocco, eccoti che all’Avvocato gli vennero i dolori articolari… e la dimostrazione andò in fumo !…
— Egli è il diavalo maladetto che ci mette sempre la coda ! — disse il vecchio, con atto di rabbia.

[…]

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

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