Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 12 – Un paio di stivaletti -1


Firenze - Piazzale Michelangelo

Una bella giovanetta, sui sedici anni, vestita di roba da sei crazie il braccio, ma pulita, linda ed anche un tantino elegante, entrò nella stanza, tutta leggera e ballettante, come una gazzella.
— Scusi sa, fanciullina — le disse la ricamatrice — se l’ho fatta aspettare. Ero in camera che facevo dei conti. Marta ! Marta !
La fantesca si presentò sull’uscio.
— Prendete questo foglio di cento lire e datelo a quella persona che è di là. Non vi scordate la ricevuta.

Quest’ultime parole furono accompagnate da un piccolo segno di capo : e la Marta, che aveva studiato i rudimenti della mimica applicata alle burlette di famiglia, afferrò il gergo e rispose :
— Ho capito ! — E uscì.
— Ecco il velluto per il cappello — disse la Sandrina, tornando verso la modista — Badiamo bene: voglio un cappellino elegante e d’ultimo gusto. Alla guarnizione e ai nastri, ci pensi lei. Intanto queste sono dieci lire per le spese che le possono abbisognare.

La fanciulla rinvoltò in un fazzoletto il velluto e ripose le dieci lire in un piccolo portamonete (vuoto) che levò di tasca.
— Non se ne offenda, sa — continuò la ricamatrice — se le anticipo questo accontino: si sa, le ragazze, e specialmente le ragazze oneste, sono sempre un po’ corte a quattrini.

Quindi si volse a Stanislao, che restava mezzo nascosto nel fondo della poltrona, e gli disse.
— Vede, signor Marchese : questa è una brava ragazza, e per il mestiere ne sà cento volte più della sua maestra. Ma ancora non ha nome: e il nome è tutto.

La fanciulla si voltò, e in quell’individuo mezzo-nascosto nel fondo d’una poltrona riconobbe (non senza una piacevole sorpresa) il giovine signore che più volte l’aveva pedinata fino alla scuola, e che più volte si era provato a fermarla per la via, col manifesto intendimento di parlarle d’amore… o d’altro.

La Giulia non se lo voleva confessare; ma il suo amor proprio era rimasto grandemente soddisfatto, nell’apprendere che quel giovine era un titolato — era nientemeno che un Marchese !
— Lasci fare a me — continuò a dire la ricamatrice — ci sono tre o quattro signore di mia conoscenza che si trovano poco contente della loro modista : voglio che si servano da lei. A proposito, quando me lo riporta codesto cappello ?
— Sabato di quest’ altra settimana — rispose la fanciulla.
— Come ? fra otto giorni ? — disse la Sandrina dando un occhiata di traverso al giovine Marchese.
— Voglio fare un lavoro che possa restarne contenta.
— Quand’ è così, non dico altro : la ragione è buona e mi persuade.

Stanislao, a queste parole, pestò il piede della Sandrina: — la quale, facendo finta di non aver capito, seguitò:
— Un’altra cosa; e il nastro quando me lo porta a far vedere ?
— Appena che l’avrò staccato. Anche domani.
— Domani ? benissimo : e a che ora ?
— Verso le undici.
— Badiamo: non più tardi delle undici. Altrimenti farebbe il viaggio a vuoto. Dopo le undici, ho bisogno d’uscire.

E qui la Sandrina dette un’altra occhiata al Marchesino.
In questo frattempo, la modista fece l’atto di congedarsi e di andarsene.
— Come ! — disse la Sandrina — ci lascia così su due piedi ? non vuol nemmeno darsi una scaldatina ? E perchè non si accosta al camminetto ? Animo, animo Giulietta… Giulietta, dico bene ?
— Ai suoi comandi — rispose la fanciulla, avvicinandosi al fuoco.
— Giulietta ! mi piace questo nome ! — continuò la Sandrina — Si chiama così anche la mia figlia maggiore che ho nel Conventino di Ripoli.

Stanislao, a questa scappata, si portò il fazzoletto alla bocca, per soffocare un sogghigno insolente.
— E perchè non si leva il cappello ?
— Grazie — disse la Giulia.
— Non faccia complimenti, per carità : tanto, a stare col suo comodo, si spende lo stesso in casa mia.

La modista non si lasciò ripetere due volte l’invito. Ella sapeva di poter mostrare una prodigiosa chioma di capelli castagni scuri — i più bei capelli della cristianità ! (come le aveva detto un giovine avvocato, mentre un giorno le passò daccanto per via Calzajoli.)

I capelli erano tutto il suo orgoglio, tutta la sua nobiltà, tutta la sua dote. Avvolti a tre o quattro giri sulla testa in larghe e lucidissime trecce, presentavano un volume così vegeto ed abbondante, che avrebbero destato la meraviglia in qualunque paese, e che, a maggior ragione, dovevano destarla in Firenze, dove i capelli sono diventati una rarità, un articolo di lusso — e dove le donne, per averne moltissimi e belli, sono il più delle volte costrette a comprarseli dal parrucchiere, a prezzo d’affezione.
— Che magnifici capelli! — disse la Sandrina — ma sapete. Marchese, che la Giulia, veduta così senza nulla in capo, è una gran bella ragazza ! Guardate un po’ se, di profilo, non si assomiglia alla Venere di quel quadro ?

E la ricamatrice accennò il quadro.

La Giulia, che fino allora non si era occupata né punto nè poco delle pareti della stanza, alzò gli occhi e li riabbassò velocemente, come se fosse stata colpita da un reflesso di sole. Un leggerissimo rossore le si diffuse su tutto il viso.

[…]

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

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