Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 12 – Un paio di stivaletti -2


Firenze - Piazza di Santa Croce - 2015 - 07 - 09 - DSCF0063
Firenze – Piazza di Santa Croce

[…]

La ricamatrice notò l’atto della fanciulla, e guardò il Marchesino, come per dirgli — Non è nulla: tutte, sul principio, fanno così !
— Sfido io — esclamò Stanislao — se fra le nostre signore di Firenze, si può trovare un tipo così grazioso e distinto come questo ! Che Contesse ! Che Principesse ! Eccolo qua il vero sangue: eccola qua la vera bellezza fiorentina ! — E così dicendo, accennò la fanciulla, la quale non potè a meno di rispondere al complimento con un cortese sorriso di compiacenza.

La Giulia, come accade di tutte le ragazze della sua età e della sua condizione, ambiva grandemente a sentirsi lodata, e in particolar modo da quelle persone che ella reputava d’una sfera superiore alla sua.
— Guardate che belle manine ! sono le mani di una badessa — disse la Sandrina, prendendo per le mani la giovine modista.
— La regina Vittoria ne avrebbe invidia — soggiunse il Marchesino, prendendo anch’esso una mano della fanciulla e accarezzandola con visibile voluttà.

La ragazza, accortasi di ciò, fece l’atto di ritirare la mano: ma la Sandrina che, come suol dirsi in vernacolo furbesco, aveva mangiato il tempo, dette sul braccio a Stanislao, dicendoli a viso tosto: — Ehi Signorino ! giù le mani: in casa mia le ragazze oneste non si toccano.
— Neppure per la mano ? — domandò il giovine.
— Neppure per un dito ! — replicò con tutta sostenutezza la ricamatrice: poi, volgendosi alla ragazza, continuò:
— E il piede ? vogliamo vedere anche il piede, non è vero Marchese ?
— Se corrisponde alla mano — disse questi — non può esser’altro che un piedino spagnuolo !

La Giulia si turbò un momento ! Quella stessa che aveva mostrato i suoi capelli e le sue mani con tanta facilità, e, bisogna pur dirlo, con tanto intimo compiacimento, adesso si buttava a far la ritrosa, e dava a capire che non avrebbe desiderato di mettere il suo piede a mostra.
— Animo, animo, lo vogliamo vedere ! — insistè la ricamatrice.
— No, no !— replicò vivamente, sorridendo e corrucciandosi al tempo stesso, la fanciulla — oggi no : un’altra volta !
— Oggi, oggi, subito — ripresero a due la Sandrina e Stanislao.

La Giulia tornò a negare, e fece atto di opporsi risolutamente. Allora la Sandrina, dandosi il garbo d’una ragazzetta in vena di ruzzare, si chinò per tirare indietro il vestito della modista: e tanto seppe dire e tanto seppe fare, che finalmente, dopo una breve lotta, il piede fu costretto a comparire alla luce.
— Bellino ! grazioso ! — esclamò il giovine entusiasmato.
— Peccato che sia chiuso dentro una scarpa di vitello — riprese subito la ricamatrice con atto di disgusto — Che brutta scarpa ! Come mai una giovanetta bella ed elegante, come la Giulia, non porta gli stivaletti, eh ?

A queste parole, le gote della fanciulla si tinsero di un acceso vermiglio. Quel rossore indicava apertamente il vero motivo, per cui la Giulia si era rifiutata con tanta ostinazione a mostrare il suo piede. La scarpa era la sua disperazione ! era l’unico dispiacere che avesse provato in questo mondo !  Nata di poveri genitori, e costretta col suo piccolo guadagno a soccorrere la indigente e numerosa famiglia, la giovine modista non avea mai potuto mettere tanto insieme da comperarsi un pajo di stivaletti. Lo stivaletto era il suo sogno dorato ! era l’ ideale della sua esistenza.

Bisognerebbe disconoscere affatto la indomabile vanità delle donne in generale, e quell’ambizioncella ingegnosa, irrequieta delle giovani modiste in particolare, per non sapersi render conto di questa ardente aspirazione allo stivaletto e di questo odio implacabile e poco cristiano verso l’inelegantissima scarpa di vitello.

Lo stivaletto (mi diceva un giorno una ballerina di mezzo-carattere) lo stivaletto è la più bella istituzione del secolo decimonono !

Quando le donne fanno tanto da inalzare una calzatura fino alla potenza d’istituzione sociale, allora si rende inutile sprecar del tempo e della carta per dimostrarne l’eleganza, la comodità e perfino i benefizi igienici che porta seco.

La Giulia, ad onta della vivacità naturale del suo carattere, era rimasta visibilmente confusa, e mortificata.

Non aveva coraggio di alzar gli occhi !

Ma ben presto alla vergogna successe la bizza, il dispetto.

Maledisse in cuor suo a tutte le scarpe di questo mondo, a chi le inventò e a chi le portava. Anziché farsi sorprendere con quell’odiatissima calzatura in piedi, avrebbe preferito piuttosto che le avessero scoperto uno strappo nel vestito, un segno di brace nella faccia, una calza di tutt’altro colore che bianca.

Però, a scusare in parte tant’ira e tanta confusione, non sarà fuor di luogo notare come tutte le compagne di scuola della Giulia portassero gli stivaletti: e come la Giulia soltanto ne fosse senza. Le amiche (cosa sono le amiche per queste finezze!) la mortificavano continuamente, canzonandola dalla mattina alla sera su questo tasto, coll’intendimento forse di farle scontare per siffatto modo un gran peccato — il peccato, cioè , di essere essa la più bella di tutta la scuola (è questo una specie di crimenlese, nei sodalizi femminili: è un delitto senza amnistia !)

Spesso accadeva che nei loro litigi e nei loro pettegolezzi, quando volevano darle un’insolenza forte, una impertinenza da passarle il cuore e da farla piangere a grossi lacrimoni, la chiamavano col soprannome avvilitivo di Scarpetta.

[…]

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

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